Le Alpi minacciate

E' una notizia breve pubblicata sul "Dauphiné", il quotidiano della Savoia, che leggo ogni giorno con viva curiosità, perché siamo così vicini con i problemi da affrontare e le soluzioni da dare per affinità geografica e culturale.
Premessa: come capita da noi agitano gli animi gli eventi catastrofici, in prospettiva e talvolta nel presente, legati ai cambiamenti climatici. L'impressione è che tutto si stia accelerando.
Ecco la breve: "Mont Blanc: record de température au sommet. Le samedi 18 juin à 14 h, la station météorologique italienne installée au col Major (4.750 m), tout près du sommet du Mont Blanc a enregistré la température de 10.4 degrés Celsius. Une valeur plus qu'exceptionnelle pour une telle altitude. Le précédent record de cette station météo gérée par l'agence régionale de la protection de l'environnement du Val d'Aoste était de 6,8 °C".
Se si scava nei giornali vallesani, come "Le Nouvelliste", notizie analoghe, ad esempio sul futuro del Cervino e del Monte Rosa, inquietano. Se allarghi la lettura a tutte le Alpi e alle Regioni che si attestano su questa catena montuosa trovi dappertutto preoccupazioni e la manifestazione di fenomeni meteo straordinari che spaventano e le prospettive sono ancora più cupe.
Credo che sia ora di proporre alla macroregione alpina, "Eusalp", di tenere rapidamente una Conferenza internazionale per reagire, per quel che possiamo fare, per gridare forte che o si interviene con misure mondiali o qui cambia tutto in fretta, e ben prima di quanto ci fosse stato annunciato!

Il puzzle francese

Olivier Faye su "Le Monde" di oggi analizza in maniera esemplare il voto francese di ieri con una prima constatazione: «La France est un régime parlementaire. Cette évidence, tirée de la Constitution de 1958, va s'exprimer dans les cinq années à venir avec une ampleur inédite sous la Cinquième République. Dimanche 19 juin, à l'issue du second tour des élections législatives, les Français n'ont accordé qu'une courte majorité relative aux candidats d'Emmanuel Macron».
Per poi aggiungere: «Un vote sanction jamais vu pour un président de la République tout juste réélu dans ses fonctions. Avec 246 députés, les macronistes se trouvent largement en dessous de la barre fatidique des 289 élus nécessaires à l'obtention d'une majorité absolue. Et l'on ne voit pas encore de manière claire quelles forces lui permettraient de l'atteindre».
Ricordo, intanto, come la Sinistra unita, che si pensava potesse addirittura sorpassare le truppe macroniane dando vita ad una cohabitation incredibile fra Macron e Mélanchon primo Ministro, ha avuto un risultato notevole ma in realtà assai amaro. Se si pensa alla cohabitation che gli toccherà all'Assemblée nationale con un "Rassemblement national" della Le Pen che ha fatto un risultato clamoroso ed è, per essere onesti, la sola vincitrice.
Ma Faye ricorda chi conterà molto per una solidità parlamentare: «Le parti "Les Républicains", qui misait sur son ancrage local pour survivre au lendemain de la débâcle présidentielle de Valérie Pécresse, est relégué en quatrième force au Palais-Bourbon. Il ne compte plus que 60 députés (64, en comptant ceux de l'UDI), contre 112 durant la précédente mandature. Son rôle sera néanmoins déterminant».
Comunque Macron esce male: «Le locataire de l'Elysée paye l'immobilisme dans lequel est figé l'exécutif depuis sa réélection. L'abstention record du premier tour (52,49 pour cent) a été dépassée, dimanche, 53,77 pour cent des électeurs ayant boudé les urnes. Ils étaient déjà 57,36 pour cent dans ce cas en 2017. Le symbole d'une sécession démocratique devenue endémique, que l'apôtre de la "révolution" n'a pas su résoudre».
Situazione complessa che chi, come me, ama la Francia segue con apprensione, pensando anche all'europeismo limpido del Presidente Macron.

Referendum fuoco di paglia

E' legittimo far cadere i referendum scegliendo l'astensionismo. L'ho sempre detto anche su referendum regionali, quando c'era chi sbraitava sul dovere civico del voto.
La raffica di referendum sulla Giustizia, di cui era evidente - li avevo firmati! - l'intento di spinta verso un Parlamento riottoso ad occuparsi del tema, si è infranto contro il disinteresse popolare. Questo mostra come non sia una strada percorribile per riformare.
Ho ricordato talvolta le tappe dei referendum, partendo dal lontano 1946, quando si scelse fra Repubblica e Monarchia. Ci fu poi - sempre sotto il profilo istituzionale - il referendum consultivo del 1989 sulla nascita ufficiale dell'Unione Europea. Mentre i referendum si dimostrarono utili su importanti riforme costituzionali in materia istituzionale con un voto favorevole nel 2001 che riguardava il regionalismo e invece seguirono due «no», uno nel 2006 sulla riforma Berlusconi e l'altro nel 2016 sulla riforma Boschi-Renzi. Un altro voto a favore è venuto nel 2020 con la riduzione del numero dei parlamentari: una stupidaggine senza eguali non coordinata con leggi elettorali e regolamenti parlamentari e questo creerà un bel caos dopo le Politiche del 2023.
Il referendum abrogativo ha invece cambiato l'Italia sotto il profilo dei diritti civili con il successo dei favorevoli al divorzio nel 1974 e dell'aborto nel 1981 per merito dei Radicali, grandi utilizzatori dello strumento referendario e spesso esagerarono con un mazzo di schede per votare che svuotarono la forza referendaria.
A fine anni Novanta, inizio e fine anni Duemila ci furono referendum sul sistema elettorale, anch'essi alla fine non influenzarono più di tanto la materia in mano alle Camere, così come la mancanza del quorum bocciò negli anni successivi - sintomo di stanchezza nell'abuso da referendum - questioni riguardanti la Giustizia, la fecondazione assistita e l'estrazione di idrocarburi in mare.
Ora il referendum sembrava rinascere dalle sue stesse ceneri, ma a conti fatti si è trattato di un fuoco di paglia.

A diciotto

Si continua a diciotto con il Governo valdostano nel medesimo assetto attuale.
Così si è deciso con molte tribolazioni da parte dell'Union Valdôtaine ed di altre componenti fra gli autonomisti, per quanto mi sembri una strada impervia per una maggioranza così risicata e potenzialmente appesa a un filo sottile, seguo quanto deciso dalla maggioranza degli undici autonomisti. La pensavo diversamente e resto convinto che un rafforzamento sarebbe stato salutare per governare con serenità.
Spero che la scelta effettuata si dimostri saggia e non improvvida e farò il mio dovere con correttezza e senza camarille, che non mi appartengono.
Credo, tuttavia, che si debba intanto perseguire il lavoro - che conta più del contingente - per ritrovare una casa comune autonomista che mantenga una particolarità del sistema politico valdostano per evitare di omologarlo a quello italiano.
Non è questione di bandiera ma di sostanza.

La "Cogne" ai cinesi

Confesso di essere rimasto stupito dalla notizia, finita sullo schermo del mio telefonino con un "Whatsapp", della vendita ai cinesi di Taiwan dello stabilimento "Cogne" di Aosta e del resto del Gruppo Marzorati, diventato socio di minoranza.
Anche mie recenti visite allo stabilimento, pure con la presenza di Eugenio Marzorati che da qualche tempo presidiava Aosta per la famiglia, non mi avevano consentito di avere neppure lontanamente il sospetto che ci fosse nell'aria una scelta di questo genere.
Sembrava, semmai, che il rafforzamento comprensibile nel mondo difficile e concorrenziale della siderurgia stesse avvenendo con un impegno proprio e nulla dava per intendere che si andasse verso la strada di una cessione, che è cosa diversa da un'alleanza.
Chi come me conosce bene la storia secolare della "Cogne", avendo assistito e anche seguito i passaggi da acciaio di Stato al gruppo svizzero proprietario sino a poche ore fa, coglie a pieno la novità del passaggio e capisce le molte inquietudini sul futuro.
Non bisogna però fare un processo alle intenzioni, anche se non informati per ragioni - si dice - di riservatezza.
Si tratta di capire il quadro delle prospettive senza pregiudizi, sapendo quanto la "Cogne" pesi sull'economia valdostana e resti essenziale per l'occupazione.

Il ritorno del turismo

Torna la voglia di muoversi e di viaggiare, malgrado i residui della pandemia e la maledetta guerra che incombe.
Il lungo finesettimana dell'Ascensione in Francia e in Svizzera è stato un test interessante di queste ore e vedremo da noi la settimana prossima l'esito del ponte collegato al 2 giugno, Festa della Repubblica. Qualche settimana fa a Roma avevo constatato di persona una grande folla di turisti esteri, segno anch'esso di ripartenza.
Dopo le chiusure, i divieti e le regole strette che avevano reso tutto difficile, la ritrovata libertà consente ora di guardare avanti e per la Valle d'Aosta non è cosa di poco conto in vista dell'estate.
Sappiamo bene che la calura prevista, già testata in quest'ultimo periodo, potrebbe spingere verso le nostre quote alte e dare uno sprint all'economia. In una Valle d'Aosta da finanza derivata, basata principalmente sulle fiscalità prodotta in Regione, è quanto ci vorrebbe per guardare avanti con una certa fiducia.
Specie se la politica regionale sceglierà di navigare in acque meno agitate.

Cartabia ricorda Onida

Quando pensai agli "Amis de la Vallée d'Aoste" immaginavo che questi insigniti avrebbero avuto la possibilità di creare una sorta di "Confrérie". Per ora non è così.
Vorrei però proporre un legame fra due "amis", Valerio Onida - morto poche ore fa e che ha scelto Saint- Marcel per la sua sepoltura - e Marta Cartabia, che fu sua allieva ed oggi è ministro della Giustizia.
Sulla sua morte Cartabia ha scritto: «Valerio Onida, professore, avvocato, giudice e poi presidente della Corte costituzionale, primo presidente della Scuola superiore della magistratura e tanto altro, ma anzitutto un maestro. Un maestro dal pensiero non convenzionale, all'avanguardia, aperto, pronto a misurarsi con le sfide della storia, creativo, audace. Un maestro dallo stile insieme deciso e mite, autorevole e semplice. La giustizia costituzionale, l'integrazione europea, la dimensione internazionale dei diritti umani, il carcere, la giustizia riparativa sono alcune delle direzioni del suo variegato impegno didattico e civile, verso cui anche io ho avuto il privilegio di volgere i miei passi. Ma i suoi interessi spaziavano in ogni direzione: le autonomie e il regionalismo, la prassi delle istituzioni politiche, il diritto dell'ambiente, i referendum, la finanza pubblica, la cittadinanza, l'immigrazione. Non c'è stato settore del diritto pubblico in cui non ci abbia lasciato il suo contributo».
Oggi gli rendiamo un omaggio commosso, ma credo che ci vorrà un momento pubblico - ovviamente ragionato - per rievocarlo.

Il centenario Morin

Il filosofo francese Edgar Morin ha cento anni e scrive su "Twitter" pillole di saggezza.
Una delle ultime mi piace molto: «Il ne devrait pas avoir de raison sans passion, et il ne devrait pas avoir de passion sans raison».
Questo legame fra cuore e cervello mi pare una buona soluzione, un mix che valorizza la nostra umanità. La scelta dell'una senza l'altra ci priva di un pezzo importante di noi, di quello che vorremmo essere.
Ma ho appuntato un altro suo pensiero dall'alto della vetta della sua vita: «Dans notre société, il y a ces réserves de sentiment, d’amour, de rêve, de poésie, qui ne sont pas entièrement ni parfois principalement envahies par le pur calcul, la seule exploitation. La société ne peut survivre que parce qu’il y a ces antidotes».
Per fortuna le idee, a differenza delle persone, sono immortali.

La Festa della Mamma

La "Festa della Mamma" è un'occasione simpatica, che finisce per incrociare diverse generazioni.
Per chi non lo sapesse Le origini della festa così come la conosciamo oggi risalgono nell'America del 1908: l'idea venne a Anna M. Jarvis, con un memoriale in onore di sua madre, attivista pacifista. Nacque così il "Mother's Day, Giornata della madre" che aveva come simbolo il garofano bianco, entrata poi nelle abitudini e persino nella legislazione di moltissimi Paesi, Italia compresa.
L'"Etimologico" ci soccorre sull’origine della parola: "Il latino "mamma" è di eredità indoeuropea ed ha corrispondenze nelle lingue parenti, ma i confronti si estendono ben oltre le lingue indoeuropee in quanto si tratta di una voce infantile universale che ha come base la sequenza elementare "ma-ma", che imita le prime emissioni vocali dell’infante".
La mia e di mio fratello vive a 91 anni e sei mesi in una sua dimensione di ragazza, quando era a Castelvecchio di Oneglia, ma riconoscendo figli e nipoti.
Auguri!

Distinguere grano e zizzania

Sia la pandemia che la guerra in Ucraina hanno avuto un solo risvolto positivo. Non innervositevi, non sono impazzito!
Constato solo che in entrambi o casi e spesso in modo coincidente si sono disvelati tutti coloro che sui temi appena citati hanno detto e scritto un cumulo enorme di scemenze e mai a fin di bene.
Questo ha consentito, come dice un celebre motto popolare di dividere il grano della zizzania (Matteo 13, 24-30): "Il Regno dei cieli si può paragonare a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma mentre tutti dormivano, venne il suo nemico. Seminò zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi la messe fiorì e fece frutto, ecco apparvero anche le zizzanie. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: «Padrone, Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove vengono dunque le zizzanie?» Ed egli rispose loro: «Un nemico ha fatto questo», e i servi gli dissero: «Vuoi dunque che andiamo a raccoglierle?».
«No - rispose - perché non succeda che cogliendo le zizzanie, con esse sradichiate anche il grano. Lasciate che le une e l'altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: "Cogliete prima le zizzanie, legatele in fastelli per bruciarle. Il grano, invece, riponetelo nel mio granaio"»"
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Questo ci è stato permesso con la pandemia e la guerra in Ucraina, e terrò memoria per sempre.

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