Il Casinò riparte

La riapertura della Casa da gioco di Saint-Vincent, dopo otto mesi di chiusura, è una buona notizia. Le scelte operate dal "CTS - Comitato scientifico nazionale" hanno infatti penalizzato i Casinò per macroscopici errori di valutazione sulle misure di sicurezza.
Un giorno si studierà la capricciosità di questo organo tecnico assurto in molti passaggi della pandemia ad arbitro per nulla imparziale. Il pasticcio sui vaccini, con continuo cambio del loro utilizzo per fasce di età, è immagine scultorea di come chi si atteggia a gran decisore sconti poi gravi balbettamenti e molte incertezze che ne limitano la credibilità e l'autorevolezza.
Riaffermo qui l'importanza del Casinò e la necessità di rifarne una macchina utile per il turismo e redditizio per la comunità. Una sfida per nulla facile perché la gestione pubblica ha sicuramente molti lacci e lacciuoli e il mondo dei giochi in continua e rapida trasformazione obbliga ad essere dinamici e incentivi senza l'illusione di rifugiarsi nei fasti del passato. Tutto cambia e l'attuale scenario lascia spazi ai Casinò solo se sapranno rinnovarsi e adattarsi alle nuove esigenze della clientela.
Personalmente credo che, assestata la situazione e sanati i conti, bisognerà per tempo scegliere la strada di una gestione privata valida ed efficace. Il pubblico è inadatto ad occuparsi di un settore come il gioco lo può fare, com'è avvenuto in questi anni, solo a fronte di avvenimenti eccezionali e ce ne sono stati.
Speriamo ora che, in generale e non solo per il gioco legalizzato e sicuro garantito nei Casinò, torni una banalissima ma produttiva normalità.

I valori democratici

«Sin dalla formazione del governo sono stato molto chiaro: i due pilastri della politica estera italiana sono l'europeismo e l'atlantismo». Così ieri Mario Draghi, dopo un incontro con il Presidente americano Joe Biden, a margine del "G7" in Cornovaglia.
Raramente scrivo di politica internazionale, ma questa volta lo faccio perché è bene che questa frase sia stata pronunciata. E lo è malgrado la compagine governativa sia multicolore ed ondivaga sul tema. Basti pensare alla recente visita all'Ambasciata cinese di Beppe Grillo con il nuovo leader pentastellato, Giuseppe Conte, sfilatosi all'ultimo minuto. O anche alla simpatia verso la Russia espressa più volte dal leader leghista Matteo Salvini. Per non dire dall'antiamericanismo storico dell'ala più sinistra della coalizione.
Idem sull'antieuropeismo che ha visto voci concomitanti da aree diverse dell'attuale maggioranza con toni più o meno virulenti. Draghi ha rimesso la barra verso Bruxelles e chiarito con Washington che siamo nell'area occidentale e non schiacciamo l'occhiolino altrove. Che poi questo significhi per il presidente del Consiglio avere in mano realmente il bastone del comando è altra cosa.
Viviamo ormai di un elettorato che cambia idea velocemente e con leader che seguono gli umori popolari senza colpo ferire. Le maggioranze sono ballerine e "l'uno vale uno" grillino ha portato in politica - e non solo nei "pentastellati" - molti dilettanti alle sbaraglio. E la competenza rischia di essere vista come caratteristica solo dei tecnocrati.
Per cui lo scenario futuro resta indeterminato, ma sapere che non si guarda ai regimi liberticidi di Mosca e di Pechino è già una bella notizia per chi crede ancora nei valori democratici.

Caccia ai "like"

L'instabilità politica in questa fase storica ad Aosta come a Roma "nuoce gravemente alla salute", come si legge sui pacchetti di sigarette.
"Nuoce alla democrazia" che diventa un litigio infinito è una lotta continua, svalutandone il senso. Cresce così la considerazione di chi cerca scorciatoie, tipo "l'uomo (o la donna) forte”" che da solo raddrizzi le cose e metta ordine nel rischio pollaio.
In Valle d'Aosta la sinistra ha imboccato la strada dell'elezione diretta del presidente della Regione e chissà che a destra le sirene, anche per tradizioni di quell'area, non piacciano. Poi naturalmente si predica anche il proporzionale e non si capisce bene come le cose si tengano.
Molto più modestamente basterebbe abbassare la soglia del già vigente ma irraggiungibile premio di maggioranza per avere i numeri senza troppe acrobazie e stare dietro al malumore dei consiglieri che non si sentono abbastanza valorizzati e fanno la fronda.
Intanto basterebbe che contasse più la soluzione dei problemi gravissimi che l'affermazione dei propri ideologismi intoccabili come fossero scritti sulla roccia. Anche in altre fasi della storia valdostana le divisioni hanno nuociuto ed in altre, malgrado liti e divisioni come nel dopoguerra, su certi argomenti cardine si remava dalla stessa parte.
Si può chiamare "senso di responsabilità", ma so che è più facile accentuare le ragioni di dissenso che i punti in comune, quando i "social" attizzano gli animi ed i "like" dei supporter scaldano i cuori, pur divisivi e non adatti a cercare soluzioni.

Divide et impera

Non ci sono dubbi sul fatto che io abbia sempre creduto alla ricomposizione del mondo autonomista. Un processo che deve avvenire assecondando un idem sentire popolare che è stufo per due ragioni.
La prima sono le troppe divisioni di chi in realtà crede nei medesimi valori e si è disperso per ragioni comprensibili, ma che possono essere superate con regole democratiche condivise e rispetto del pluralismo.
Bisogna però - secondo punto - anche affrontare in modo sereno la perimetrazione di questo mondo autonomista per evitare quelle incursioni esterne che spesso hanno inquinato le sorgenti.
La posta in gioco non è di poco conto e non riguarda le pur legittime ambizioni personali, ma una progettualità condivisa per il futuro di quel puntino sul mappamondo che è la nostra Valle d'Aosta.
Piccoli come siamo dobbiamo, nel nome del buonsenso, agire insieme con rispetto reciproco e Statuti chiari cui attenersi.
Altrimenti sarà il "divide et impera" di cui godono coloro che all’Autonomia non credono affatto.

Lettera anonima

Che bello: ho ricevuto una lettera anonima.
Scritta, fingendo un certo analfabetismo con banale trucco, e redatta con lettere ritagliate dai giornali e mi accusa (con eventuali ritorsioni sulla mia auto e la mia casa) di aver chiuso la tratta ferroviaria "Aosta - Pré-Saint-Didier".
Con quella chiusura io non c'entro nulla, naturalmente, ma l'anonimo, abitante evidentemente in un Comune servito dalla ferrovia, si è affannato per insultarmi, e spero che questo gli abbia portato qualche subitaneo godimento.
Evidentemente dev'essere qualcuno anziano, perché a nessun giovane verrebbe in mente di far la fatica di mandare una lettera con messaggio fatto con carta, forbici e colla. Oggi è ben più facile, ma con maggior rischio di essere beccati, usare nomignoli e imbrattare il Web con cattiverie e stupidaggini.
Ma il mio anonimo disturbatore appartiene ad un'epoca di lettere anonime che, stante l'epoca dei "social" densa di turpitudini, fa quasi tenerezza, come un esempio di un tempo che fu.
Indizio: nessun annullo postale sulla busta. Ci vorrebbe l'ispettore Maigret per scovare lo stupido, ma giusto per farmi due risate.

25 aprile senza retorica

E' vero che le date della Storia sono destinate a restare nei libri, ma molto meno nella coscienza collettiva.
Ricordo sempre come già per la mia generazione risultassero estranee certe date topiche del famoso Risorgimento, che scaldavano il cuore a chi era nato nell'Ottocento.
Così il 25 aprile, che a me il cuore lo scalda, perché sono frutto di quella temperie politica e culturale. Ho avuto la fortuna di conoscere le storie dai protagonisti e di studiare su libri che mi hanno fatto crescere la consapevolezza di vicende ancora ben vive.
Già per i miei figli è diverso, per quanto incuriositi possano essere e consapevoli di certi valori democratici che spero di essere stato capace a trasmettere.
Allora il 25 aprile, come tante tante date sue sorelle sul calendario, possono comunque vivere non tanto nelle celebrazioni quanto nelle idee di fondo, lasciata perdere certa retorica fastidiosa.
Scriveva il partigiano Emanuele Artom, prima di essere torturato ed ucciso nel 1944, nel suo diario, invitando a raccontare anche le cose sgradevoli, «perché fra qualche decennio una nuova rettorica patriottarda o pseudo-liberale non venga a esaltare le formazioni dei purissimi eroi; siamo quello che siamo: un complesso di individui, in parte disinteressati e in buona fede, in parte arrivisti politici, in parte soldati sbandati che temono la deportazione in Germania».
Già bande con personalità diverse, immaginando ognuno un'Italia differente nel dopoguerra, che si trovarono a combattere un nemico oscuro, il nazifascimo.
Una brutta bestia nella categoria delle dittature, che tornano nei secoli ad opprimere le libertà, che sono la punta di diamante della Liberazione, come dice la parola stessa.

Draghi accantona Speranza

Capisco il rovello del premier Mario Draghi fra tener chiuso e riaprire. In questo anno di pandemia di fatto hanno sempre vinto due protagonisti della vicenda, ma ora si cambia e si riapre!
Il primo, rimasto al Governo anche nel passaggio fra il Conte bis e Draghi, è Roberto Speranza, rigorista da sempre e espressione politica dell'ala più a sinistra della maggioranza. Un politico puro, nel senso che il suo curriculum mostra solo un cursus honorum nel "dopo PCI", che ha scelto senza alcun tentennamento la linea più rigida possibile e mai ha ascoltato altro. Sino alla situazione ormai insostenibile da giapponese nella giungla smontata da Draghi, come ben raccontano i giornali.
Verso la Valle d'Aosta non è stato granché corretto con comunicazioni tardive e sordità totale verso lo sci, demonizzato come il peggio possibile con danni enormi per il turismo invernale.
Il secondo protagonista è stato Francesco Boccia, almeno tolto da ministro delle Regioni nel passaggio al nuovo Governo. Ha incarnato ed ancora incarna la linea dell'accordo fra Partito Democratico e "pentastellati" ed è stato anti-regionalista in generale ed anche nei confronti della Valle d'Aosta. Aveva aperto un dialogo solo quando sembrava servisse il voto al Senato del senatore Albert Lanièce per tenere in vita l’ultimo Governo Conte. Anche lui, rigorista verso il mondo della montagna, è di fatto uno sconfitto.
Oggi si guarda avanti e questo non significa calare l'attenzione, ma tornare a vivere, perché la saturazione era giunta a livelli non più sopportabili.
La campagna vaccinale prosegua a spron battuto!

Viva la Scuola!

Anche in piazza Chanoux ad Aosta si manifesta per una scuola in aula. La didattica a distanza, che al momento interessa la scuola secondaria di primo grado con la seconda e la terza e le Superiori, è stato il flagello di questo anno anche in una Valle d'Aosta che si è sforzata di tenere aperto tutto il più possibile.
Ribadisco come la scuola si faccia in aula e sia un’esperienza di socialità senza eguali fra alunni e con gli insegnanti.
Certo, la digitalizzazione apre nuovi mondi da esplorare e diventerà un elemento imprescindibile come strumento didattico, ma la vita vera è quella dal vivo.
Oggi dobbiamo ancora fare i conti con la pandemia, ancora aggressiva in Valle d'Aosta, e con norme giuridiche nazionali che incidono in modo molto pesante sulle nostre competenze statutarie. Lo sforzo sarà quello di usarle il più possibile e nei limiti del buonsenso, come sino ad oggi.
Ci vuole una grande alleanza fra il mondo della scuola, gli studenti e le loro famiglie, sapendo che la politica valdostana, senza divisioni sul punto, sa bene quanto sia necessaria una scuola efficace ed inclusiva.
L'Autonomia deve servire anche a questo.

Strana Pasqua

Eccoci dunque alla seconda Pasqua in compagnia della pandemia.
Prendiamola con filosofia, anche se ormai molti scricchiolii si avvertono rispetto alla speranza di uscirne presto. La scarsità di vaccini rallenta la campagna vaccinale ed i virologi ci terrorizzano, parlando del Natale «finalmente liberi». Ma siamo diventati tutti sospettosi e, sperando nell’estate che con il caldo deprima il virus, già ci figuriamo un autunno di nuovo difficile.
Altro che ottimismo!
Il modello delle chiusure drastiche non si capisce bene che alternativa abbia.
Il "caso svedese", dove sono stati molto aperti, prima sembrava essere stata una tragedia, oggi di nuovo viene spacciato per un modello. La Gran Bretagna, dove la privatizzazione della Sanità era un classico esempio da convegno del ridimensionamento con danni del Welfare, ha vaccinato quasi tutti. Israele, dove convivono modi di pensare molto diversi, ha visto un'unità di intenti invidiabile.
Intanto ci guardiamo tutti attorno, guardando brutte cose. Non estremizzo con la storia dei suicidi e delle depressioni, non segnalo il crac di commerci ed aziende, non segnalo lo spleen degli studenti quando costretti ad un eccesso di didattica a distanza e neppure lo stress anche per chi fa politica e non riesca a pianificare, essendoci il virus capriccioso che detta i tempi e le modalità.
Eppure questo puzzle, con mille pezzettini di vita vissuta, riflette uno stato d'animo generale di cui tenere conto.
Che dire? Buona Pasqua a tutti voi che seguite queste pagine!

Puzza di statalismo

Un nervosismo serpeggia in tutti coloro che conosco e noto una perdita progressiva di speranza. Brutta storia, davvero.
Lo scrivo con disagio, perché personalmente mantengo ancora una speranza. Ma a due condizioni imprescindibili.
La prima è la storia dei vaccini.
Ci vuole la disponibilità materiale e questo significa mettere in riga le società produttrici, i cui rinvii nella produzione e distribuzione sono inaccettabili. A questo si collega la necessità di dare un senso alla obbligatorietà dell'azione "vaccinazione" in settori cardine.
Non si può pensare, ad esempio, che ci siano medici ed infermieri che rifiutano la vaccinazione.
La seconda questione sono i soldi, quelli per i ristori e quelli per il "Recovery Fund". L'atteggiamento del Governissimo Draghi per ora non funziona.
Intendiamoci: peggio di Conte, sia nell'1 che nel 2, è irraggiungibile.
Però l'impressione per ora è che permangano ritardi e non si capisca che la distribuzione del denaro deve avvenire su base territoriale e conoscendo le situazioni specifiche e nel nostro caso ciò vale per le Alpi.
Sarebbe una follia che i fondi del "Recovery" avessero una gestione da Roma e non è affatto vero che lo Stato sia una macchina sempre più efficiente delle Regioni.
Bisogna seguire gli eventi e capire se a questi sacrifici quotidiani ed al degrado della situazione economica si sommerà la follia di una Repubblica che pensa di essere solo lo Stato.

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