blog di luciano

Nazionalismo e patriottismo

'Santiago Abascal, leader di 'Vox'Guardo i risultati elettorali in Spagna e mi domando come possano convivere, ma questa è la democrazia, movimenti politici come "Vox", nuova stella di una destra nazionalista e retriva, e il vasto schieramento nazionalista ed indipendentista catalano, che ha sposato una causa di libertà rinunciando ad ogni forma di violenza. Allora, e di conseguenza, ci si interroga su questa vecchia questione della differenza storica e giuridica fra "Nazionalisti e patrioti", come da un recente libro di Maurizio Viroli, professore di Teoria politica, per Laterza. E’ un libro interessante, che mi conforta in tanti ragionamenti che ho fatto in questi anni sul tema, ritenendolo utile per meglio evidenziare il solco dell'Autonomismo valdostano.
Ricordo di avere citato spesso una considerazione di Benedetto Croce in uno scritto del 1943, quando appariva evidente quanto disastro avesse causato il fascismo: «Si potrebbe dire che corre tra amor di patria e nazionalismo la stessa differenza che c'è tra la gentilezza dell'amore umano per un'umana creatura e la bestiale libidine o la morbosa lussuria o l'egoistico capriccio. L'amore di Patria è un concetto morale».
Si può passare con enorme facilità da un "patriottismo buono" ad un "nazionalismo becero", dalla valorizzazione della propria cultura al disprezzo di quella altrui, da atteggiamenti legittimi nella richiesta di integrazione all'aggressività verso il "diverso". Con il rischio - ricordate il nazismo? - che alla fine ci siano "ariani" che non vedono l'ora di purificare il mondo con logiche di sterminio di massa e di eugenetica folle.
Temi difficili, certo, ma solo l'equilibrio può evitare che la violenza verbale alimenti fenomeni ben più gravi in un mondo già imbevuto di violenza e di guerre di vario genere. E' il nazionalismo che è sfociato nell'orrore dei totalitarismi. Chi crede nel federalismo considera come intollerabile qualunque ideologia assolutista e che idolatra lo Stato nella sua versione violenta e centralista. I federalisti personalisti seppero denunciare sia nazismo e fascismo che il comunismo sovietico con un'equidistanza importante, perché entrambi infangavano l'umanità, violando quei principi umanisti di appartenenza alla stessa umanità e con disprezzo verso quel principio di sussidiarietà che valorizza l'essere umano e le comunità piccole e grandi.
Sono federalista fino al midollo per cultura e per convinzione e questo serve a chiarire un possibile equivoco, che parte proprio da termine antico ma assai cangiante nei flussi del tempo: "nazionalista". Tanto che i partiti valdostani, in primis nel 1945 l'allora unificante Union Valdôtaine nata dalle ceneri di quegli anni drammatici di un nazionalismo violento e assassino, hanno sempre usato il generico "autonomista", che è diventato il prezzemolo per ogni uso in una gamma di utilizzazioni come una coperta tirata da ogni parte ed oggettivamente utile a diversi scopi. In verità altri partiti territoriali hanno inalberato il termine "nazionalista", che oggi può essere a sdoganato a condizione, nel caso valdostano, che sia affiancato dal vaccino antigiacobino del "federalismo".
Altrimenti si casca male e ci si trova in una logica ben diversa, in cui il nazionalismo è un pozzo scuro fatto di pensieri di supremazia, di odio per gli altri, di chiusura e di sospetto. Mentre il nazionalista "buono" è un pacifico cittadino del mondo e soprattutto vuole conciliare la propria appartenenza con una cittadinanza europea che superi egoismo e incomprensioni. In una spirale tutto si trasforma con facilità in competizione e la competizione in lotta e la lotta in scontro e, alla fine, scorre il sangue e ci si divide, diventando tutti più deboli.
Nel patriottismo si trova dunque un equilibrio che consente di ragionare senza competitività con gli altri che sfoci infine in violenza e bellicismo. Mai come oggi questo sentimento nazionalitario privo di aggressività e sciovinismo si deve sostanziare in una visione politica equilibrata e rispettosa degli altri.
Lo dimostra quella scelta del federalismo come chiave di volta su cui costruire l'identità futura e non a caso mio zio Séverin Caveri scriveva: «La conception nazionaliste porte fatalement à l'imperialisme et se compose de deux sentiments parallèles: la surestimation de la patrie et la dépréciation des autres patries. Cette distinction établie, nous affirmons que la divinité de l'Etat-Nation doit descendre dans le limbe des dieux feroce de la tribu».
La logica era contrastare l'idea di una Valle d'Aosta che diventasse vittima di un nazionalismo "lillipuziano", al posto di un sano patriottismo nel quadrato di una visione europeista solida e senza dubbi: «Les intellectuels peuvent donc et doivent être le ciment de l'union des peuples de l'Europe: il doivent nourrir les consciences, il doivent répandre l'idée nouvelle de la Patrie européenne». Dimostrazione che non bisogna solo guardare al proprio orticello, evocando odio e rancore verso gli altri.
Diceva ancora Séverin - uomo retto e onesto e anche questo conta! - che «La politique des principes est la meilleure des politiques».
Osserva Viroli nelle sue conclusioni, dopo una minuta ricerca delle origini e degli sviluppi del nazionalismo: «Quel che è certo è che se continuerà a vincere, il nazionalismo ci porterà ad una democrazia intollerante e barbara. Sulla sua bandiera ci sarà scritto: "Prima gli italiani!". Ma quali italiani? Gli italiani come Mussolini o come Carlo Rosselli? Come Salvatore Riina o come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino? Come Silvio Berlusconi o come Stefano Rodotà? Gli italiani corrotti o gli italiani onesti? Prima la dignità delle persone, questo deve essere il principio della nostra Repubblica: tutte le persone, gli italiani e i non italiani che vivono con noi. La dignità della persona si difende proteggendo con severa intransigenza la sicurezza e la libertà di tutti. La legge deve valere per gli italiani e per gli immigrati, di qualunque colore sia la loro pelle, senza eccezioni. La nostra Costituzione, vale la pena ricordarlo agli smemorati e a chi non l’ha mai capito, afferma che "L'Italia è una repubblica democratica", non che "L'Italia è la repubblica degli italiani". La storia insegna che contro il nazionalismo serve poco alzare la bandiera del cosmopolitismo, un ideale nobile che convince la ragione ma non tocca le passioni ed è sempre stato, e sarà sempre, principio di ristrette élites intellettuali. Poco giova, anzi nuoce, esaltare la visione della patria europea separata dalla patria italiana. Nata all'indomani della guerra contro i totalitarismi figli del nazionalismo, l’Europa è un ideale che appartiene a un tempo lontano e ormai dimenticato. Molti cittadini degli Stati europei vedono ormai l'Unione Europea come l'espressione di un potere lontano e oppressivo. Secondo i partiti nazionalisti, la cosiddetta "globalizzazione" è andata a beneficio solo di una élite tecnocratica che professa un cosmopolitismo del privilegio. Se vogliamo contrastare il nazionalismo che fa leva sugli interessi locali, sul linguaggio, sulla cultura, sulle memorie e sull'etnia dobbiamo usare il linguaggio del patriottismo repubblicano che apprezza la cultura nazionale e i legittimi interessi, ma vuole elevare l'una e gli altri agli ideali del vivere libero e civile».
Mi si consenta di aggiungere che la chiave di volta non è solo il patriottismo repubblicano, che pure è utile, ma sta proprio nel già più volte evocato federalismo, come occasione di riflessione che mette assieme le "piccole patrie" con i livelli di Governo superiori, creando meccanismi di reciproco riconoscimento che evitino quelle derive che Viroli teme e che io condivido.

Il declino dell'abito maschile

'Una proposta di 'Versace' per l'autunno-inverno 2019-2020Molte cose sono cambiate nell'evoluzione dei costumi, di ciò che un tempo si definiva con un francesismo "mise", mentre oggi si usa l'anglicismo "look". Mi riferisco in particolare al modo di vestire maschile sulla base di una divertente inchiesta del quotidiano francese "Le Parisien", che fotografa un fenomeno ben visibile e non solo nel modo di vestirsi al lavoro, ma anche in quelle che vengono definite feste comandate o cerimonie particolari.
Lo scrivo pensando al fatto che "il vestito", l'abito maschile con cravatta d'ordinanza ha fatto parte dall'Ottanta in poi della mia "divisa" da mezzobusto televisivo che presentava il telegiornale e poi per un ventennio del mio "dress code" (altro anglicismo che sta per "le regole dell'abbigliamento secondo occasioni e luoghi") nei ruoli politici istituzionali che ho rivestito. Oggi resto formale solo in determinate occasioni, avendo per il resto un abbigliamento più "casual" (ancora l'inglese...) e meno... inamidato.

La "kakistocrazia" esiste

'Massimo D'AlemaLeggo su "HuffPost" un'intervista di Alessandro De Angelis a Massimo D'Alema, che ha fama di antipatico, ma - per me che l'ho conosciuto - resta uno dei politici italiani con ironia bruciante e con un grande spessore culturale.
Così osserva D'Alema sull'oggi: «La verità è che la distruzione dei partiti, il dilagare dell'antipolitica e il peso dei media, vecchi e nuovi, ha favorito una destrutturazione delle nostre società e un indebolimento del ruolo delle classi dirigenti. In molti paesi occidentali si determinano leadership casuali e dequalificate, si afferma quella che alcuni intellettuali definiscono "kakistocrazia" ovvero il governo dei peggiori».
D'Alema usa un termine assieme raro e avvincente, che per quanto raramente usato sembra un insieme di istantanee della situazione odierna. Ecco una definzione da dizionario: "La "cachistocrazia" (o "kakistocrazia") è il governo dei peggiori o degli incompetenti. E' una parola che risale all'inizio del XIX secolo e deriva dal greco "kákistos, peggiore", superlativo di "kakós. cattivo", e "-crazia", sul modello di aristocrazia".

Il nostro disco che suona

'Fred BongustoFred Bongusto, morto in questi giorni, non era un cantante che fosse nelle mie corde, ma era sicuramente presente nel mio immaginario e figurava anche fra i "45 giri" che giravano a casa mia, quando ero bambino, e infilare quei vinili nel mangiadischi appariva come un gesto tecnologico rivoluzionario. Non sapevano certo che sarebbe diventato in fretta un ferrovecchio per via di ondate di novità tecnologiche che ci avrebbero investiti crescendo.
Quando, in certe trasmissioni radio, mi è capitato di programmare qualche pezzo singolare - tipo «Spaghetti, pollo, insalatina e una tazzina di caffè» o "Spaghetti a Detroit" - provavo simpatia per Fred, "crooner" di noi altri - per quel suo tocco d'ironia che lo differenziava da chi si prendeva troppo sul serio. Ripensandoci constato che palla fossero certi cantanti "alternativi" che disprezzavano la musica leggera per il suo - vivaddio! - scarso impegno politico...

Un bel libro per i freerider ed il nodo della sicurezza

'Il libro di Ettore PersonnettazFa sempre piacere quando qualcuno ti porta un suo libro e ti chiede anche quale impressione tu abbia ricavato dalla sua lettura. Specie se, come nel caso di Ettore Personettaz, ci sia una stima e lo abbia conosciuto quando era appassionato di politica alle prime armi e l'ho poi ritrovato - deluso come molti di noi - in tutt'altra veste.
L'abito che indossa oggi è quello del maestro di sci, appassionato degli sport di montagna o meglio, se si può usare una maiuscola come iperbole, delle Montagne come contesto non solo naturale o come palestra en plein air, ma come civiltà alpina da comunicare in tutti i modi.
Il libro si occupa di discipline contenute in due anglicismi che segnano le nuove frontiere di quello che un tempo veniva chiamato "fuoripista" (che poi era lo sci pionieristico prima degli impianti a fune), evolutosi in "scialpinismo" come filosofia e oggi muta, a seconda degli attrezzi adoperati. Così il titolo suona così: "Freeride e Splitboard in Valle d'Aosta - Racconti, spunti e itinerari".

Da Taranto a Saint-Vincent: politica in tilt

'Luigi Di Maio e l'Ilva di TarantoHo già detto delle similitudini fra la situazione politica valdostana e quella romana. Maggioranze che - scherzando - si può dire che siano come il sesso senza amore. Nate in sostanza per evitare le elezioni, per scongiurare la vittoria degli avversari e per mantenersi al potere, che altrimenti sarebbe destinato a svanire.
Nessuno si deve scandalizzare per questa logica di autoconservazione. In molti anni prima di interesse e poi di impegno politico ne ho viste di tutti i colori e cambi non solo di casacca ma pure di idee di tanti protagonisti vecchi e nuovi. In molti contano su di un'evidente smemoratezza degli elettori, che in parte esiste davvero.
Pensiamo a due pasticciacci brutti sui giornali di questi giorni, uno di portata nazionale, uno tutto valdostano.

"Coca-Cola" fra leggende metropolitane e plastica

'Bottiglie di 'Coca-Cola' e plasticaPuò capitare di mettere assieme una cosa scherzosa e una cosa serissima. Trovo che questo contrasto, come il dolce e l'amaro, faccia parte della nostra vita. Mi viene in mente come esempio bislacco l'umorismo nero di certe battute del mondo ebraico, che mettono assieme i problemi terribili vissuti da quel popolo e una sagace capacità di osservazione che sa vedere il lato scherzoso, spesso sardonico, anche quando si è messi male.
Il lato scherzoso del problema parte da un prodotto che fa veramente impressione per la sua diffusione mondiale: la "Coca-Cola".
In tutti i Paesi del mondo dove sono stato ho trovato questa bevanda americana. A Cuba, quando ci sono andato in viaggio, la "Coca-Cola" non c'era e esisteva solo una "Cola" locale, mentre oggi la multinazionale è arrivata anche lì. Credo che l'unico posto rimasto, dove non si trovi in vendita, sia la Corea del Nord per ragioni ben comprensibili di odio verso gli States.

Perché dantizzare la lingua

'Un Dante affranto davanti al computerE' vero che, nella nostra vita quotidiana, usiamo varianti diverse delle lingue che conosciamo, nel mio caso italiano e francese. Un conto è il linguaggio familiare, quello adoperato in compagnia con gli amici, la lingua che uso se parlo in radio (diversa da quella in televisione, dove conta anche la gestualità), che cambia se devo tenere un conferenza o se devo scrivere qui sul blog. Le varianti sono tante e si intersecano fra di loro.
Certo nella quotidianità - senza fare il vecchio bacucco - si nota un peggioramento nella forma e nella sostanza. L'uso del "tu" (quando non diventa il tragico "te") è diventato ossessivo e mostra, in certe circostanze, una sciatteria di comportamento che fa impressione e che non è solo un problema di educazione e di bon ton, ma inerisce questione più profonde di rispetto reciproco.

La Segre e l'orrore di Auschwitz

'Liliana SegreEra il gennaio del 2018, quando scrissi per la prima volta di Liliana Segre, divenuta Senatrice a vita su scelta nobile del Presidente Sergio Mattarella. Raccontai di come quella nomina di una ebrea italiana scampata al lager mi ricordasse mio papà, che ad Auschwitz ci passò nel 1944 un certo periodo come militare internato in lavori come l'installazione di linee telegrafiche. Con altri suoi coetanei era stato preso prigioniero e caricato su di una tradotta ad Aosta nel mese di maggio e spedito in Germania, da dove tornò un anno dopo con sulle spalle un'esperienza terribile che rimase sempre nel suo animo. Uomo spiritoso e vivace, ma che nascondeva un peso doloroso e non cancellabile dietro questa sua maschera. Allora aveva vent'anni, quando scoprì in poco tempo - grazie ad un prete polacco che in francese gli descrisse la macchina di sterminio - cosa fosse quel gran campo ricolmo di prigionieri con una divisa bianca e nera. Erano prevalentemente ebrei che vivevano lì segregati in attesa di essere "gassati", perché Adolf Hitler ed il suo nazismo volevano cancellare quel popolo dalla faccia della Terra ed ebbero con le leggi razziali la piena complicità del fascismo.

La Politica senza futuro

'Un'immagine di qualche tempo fa del Consiglio ValleLa parte del catastrofista non mi si addice, perché cozza contro un mio inguaribile ottimismo, eppure ammetto una mia desolazione nel constatare una generale disattenzione della politica per i temi concreti, che sono la ragione vera e lo scopo principale del complesso meccanismo della democrazia in cui si governa per decidere.
Questo deriva non solo dal venir meno del ruolo dei partiti, diventati comitati elettorali, ma da certa mediocrità di chi entra in politica alla ricerca di un'occupazione migliore del lavoro da cui proviene, sempre che ne avesse uno.
Con queste due osservazioni non vorrei generalizzare, perché sarebbe autolesionista per chi, come me, ha fatto parte di forze politiche ed ha avuto ruoli elettivi per tanti anni.

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