blog di luciano

La "fase uno e mezzo"

Charles DantzigSi apre qualcosa da domani, in quella "fase 2" che è poi una "fase uno e mezzo", come si dice per ridere per non piangere in un guazzabuglio di notizie contrastanti, su cui spicca il "congiunto" visitabile tirato come un elastico nella spassosa interpretazione di Palazzo Chigi.
In parte lo si capisce: la pandemia ha dimostrato tutte le nostre debolezze e in politica «il re è nudo», come non mai. Anche se è difficile dividere vincitori e vinti, in una sconfitta collettiva, sperando che lo sconfitto alla fine sia lui, il "coronavirus", che si riproduce sulle nostre spalle.
Per altro in politica è sempre meglio decidere che mai decidere o farlo in sistematico ritardo. Con il senno di poi, che non è sempre un male, distingueremo meglio, anche in Valle d'Aosta, il grano dalla pula.

Ti conosco, mascherina!

Guy Williams nel ruolo di 'Zorro', con la mascherina d'ordinanzaUn amico medico mi ha mandato, tempo fa, una pubblicazione tecnica sulle mascherine e vi assicuro che la varietà di modelli e le caratteristiche tecniche, pur molto interessanti (certi esemplari mai potrebbero costare 50 centesimi, prezzo imposto dal Governo), mi impedivano di occuparmi in maniera ragionata della questione per manifesta incompetenza.
Ma il tema mascherine resta interessante e sarà, nel fiorire di idee per renderle meno banali nel tempo lungo che verrà, una compagna cui - obtorto collo - ci abitueremo.
"Mascherina", racconta l'Etimologico, deriva da "maschera" su cui il dizionario si intrattiene a lungo e lo riporto per i tentativi che mostrano quanto sia difficile scavare nell'origine delle parole.

Lo spettro del risentimento

Il libro di Max SchelerLa retorica delle bandiere alle finestre, dei canti sul balcone, dell'eroismo per tutti, del #celafaremo si scontra con una realtà piuttosto greve, che dimostra come l'epidemia e le sue conseguenze economiche e sociali, accanto al nervosismo da obblighi di legge stringenti e da confinamento domestico, creino una miscela esplosiva.
Un panorama cupo, che alimenta un crescente malumore, proteste e incomprensioni, che sono l'esatto opposto di quegli appelli all'unità d'intenti ed al senso di comunità che vengono dispensati in lungo e in largo e risultano poco praticati da chi vuole mettersi in mostra per cavalcare la protesta senza pensare di poter poi essere disarcionato.
Bisogna prenderne atto e smetterla con certo buonismo di maniera e darsi da fare per evitare che cattivi sentimenti inquinino il presente e compromettano quella mobilitazione generale per ripartire.

1° Maggio e pandemia

Il 1° maggio di qualche anno faOrmai sono molti anni che la Festa dei lavoratori, quel 1° maggio che cade domani in piena tempesta sociale ed economica da "coronavirus", è diventata, come capita alla gran parte delle giornate ufficiali di celebrazione, una data sul calendario, buona per i "ponti".
Lo ha mostrato, in modo plastico, il passaggio negli anni dalle grandi manifestazioni di piazza al famoso "concertone" a Roma, che serve per attirare i giovani (i pensionati sono ormai la colonna portante fra gli iscritti) attraverso una maratona musicale con qualche slogan, bandiere al vento e poco altro, se non la legittima voglia di vivere, che ora cova nascosta dal coprifuoco antivirus.
Quest'anno, infatti, non ci sarà neanche la musica di piazza di San Giovanni in Laterano ed è inutile troppo soffermarsi su come la crisi della politica si rifletta, con qualche tenuta maggiore, anche sul mondo sindacale, che resta diviso e forse lo è come non mai, ormai più prestatore di servizi che fucina di idee. Ma è il riflesso dell'Italia in cui viviamo.

L'emergenza non sospende la democrazia

Un interruttore di sicurezzaLa parola "emergenza", come molte altre viene da un verbo latino, "emergere", che vuol dire affiorare dalla superficie. L'anglicismo "emergency", che ne è derivato, è spuntato nell'italiano con il termine emergenza, che sarebbe "una situazione imprevista di crisi o di pericolo".
Ovvio che il "coronavirus" appartenga, nel suo dilagare in giro per il mondo, come un'emergenza, poi si può discettare sul fatto che lo fosse oggettivamente in Cina, un po' meno in Italia, visto che c'era stato di sicuro il tempo per prepararsi meglio ed è quanto, ormai si può dire, non è stato fatto.
Comunque sia, nei primi concitati momento, una decina di settimane fa, si è entrati in uno stato di emergenza vera e propria, dopo che, ad essere precisi, già il 31 gennaio il Governo Conte aveva dichiarato lo "stato di emergenza" per l'epidemia, all'indomani di una segnalazione in questo senso dell'Organizzazione Mondiale della Sanità.

La possibile fine della "bise"

Basta baci?Si può sorridere in questo quadro così complesso fra rischi sanitari, lutti tristissimi, economia in bilico, politica tentennante, rabbia popolare montante?
Certo che sì e lo considero un dovere. Per cui oggi sarò ludico. Voi prima - prima del "covid-19" e questo "prima" ci apparterrà negli anni a venire - baciavate le persone che incontravate? Chi abbia contezza del mondo francofono - specie Francia e Svizzera Romanda - sa quanto la "bise" sia un fenomeno sociale, due o tre bacetti assieme ad un abbraccio. Devo dire che si tratta di un'abitudine radicata e non c'è bisogno di eccessiva intimità, come mi è capitato di sperimentare e devo dire che fra amici ambosessi e coppie che si frequentano anche in Valle d'Aosta e in Italia capitano gesti di simile familiarità. Ma certo è mano radicato negli usi e costumi.

Gli ammonimenti di Flick

Giovanni Maria FlickCi sono coppie di parole, una e il suo contrario, che campeggiano sullo scenario desolante di questa pandemia, sottostimata quando era nella lontana Cina e che ci ha costretti, in oggettivo ritardo, ad un cambio brusco delle nostre vite ed a conseguenze varie che avranno una lunga coda e porteranno ad evidenti cambiamenti.
La prima coppia di parole che mi viene in mente è "vero/falso", che ci accompagna ormai da mesi, riempiendoci spesso di confusione, non solo per la diffusione di "fake news" le più incredibili, ma per la ridda di notizie contraddittorie rispetto alle quali ciascuno di noi ha dovuto fare lo slalom.
Una seconda coppia è "ordine/disordine" per le scelte ondivaghe che abbiamo subito, spesso dall'oggi all'indomani senza alcun rispetto per noi cittadini, considerati marionette poco affidabili, dando per scontato che solo mezze verità e decisioni draconiane ci avrebbero permesso di essere responsabili.

L'importanza della Scuola

L'avviso di sospensione delle lezioni sul portone di una scuola di AostaLa scuola riprenderà a settembre e ritengo sia una sconfitta e, se sono una mosca bianca, allora tant pis pour moi. Lo dico ai molti che la pensano diversamente e sono, sul punto, molto suscettibili.
Personalmente credo che ci siano, dalle materne ai sedici anni - limite dell'obbligo scolastico che inizia in prima elementare - almeno tre buone ragioni perché la scuola sia considerata - com'è - un servizio pubblico essenziale. Conoscendo le specificità territoriali, eviterò di dire che in Svezia le scuole non sono mai state chiuse o che, in modo scadenzato, nelle Regioni a noi confinanti di Francia e Svizzera si riprenderà a breve e Trento e Bolzano stanno cercando una strada autonoma da Roma. Così come non mi infilo in storie scientifiche più grandi di me: mi limito a dire che i bambini ed i ragazzi sono raramente vittime del contagio e non è vero che sono particolarmente vettori del virus.

Il 25 Aprile

La corona d'alloro della ResistenzaLa Festa della Liberazione è una cosa seria. Non sopporto più chi la tira da una parte e dall'altra. Inqualificabile e talvolta eversiva è l'estrema destra ancora nostalgica che non si rassegna che il 25 aprile abbia significato la fine del ventennio fascista, liberticida e disastroso e si arrampica sui vetri della Storia in modo patetico ed inconcludente. Idem l'estrema sinistra che cerca di impadronirsi di un movimento resistenziale pluralista e che spesso grida e canta slogan e canzoni partigiane in cortei che mettono a ferro e fuoco le città, per non dire di chi a Sinistra cerca di impadronirsi e sfruttare a senso unico il mondo partigiano in una logica di ortodossia ideologica svilente.
Che pena, davvero, e fonte non di depressione - quella è una malattia - ma di scoramento, cioè di un dispiacere che ti colpisce al cuore, specie per la constatazione che - 75 anni dopo - molti virus (e non solo quello vero che si aggira, il "covid-19") colpiscono una democrazia italiana e purtroppo valdostana che mostrano fragilità ed incongruenze per usare parole lievi.

La ripartenza: patto fra generazioni

Giuseppe De RitaMi sforzo, senza fare del giovanilismo grottesco, di considerarmi, con i miei 61 anni, un essere umano adulto, ma glissando elegantemente sulla ferale parola "veccho". Non è solo vanità, ma è anche frutto dell'evoluzione del costume, legata ad una maggior possibilità di vita, che ha per fortuna spostato anche la percezione dell'età. Da bambino un sessantenne per me, per essere chiari, era uno che aveva già un piede nella fossa.
Di conseguenza mi ha colpito al cuore leggere che il grande esperto, che guida una delle varie task force anti-coronavirus, il coriaceo manager bresciano Vittorio Colao (classe 1961 e non è indifferente...), aveva proposto al Governo per la "fase 2" di ripartenza delle attività di lasciare a casa gli ultrasessantenni perché a maggior rischio di lasciarci le penne in caso di contagio. Opzione respinta dal Governo, ma che resta come possibilità posta sul tavolo.

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