blog di luciano

#stareacasa

La tenda d'emergenza installata fuori dalla 'Rai' (foto di Davide Coletta)"#stareacasa": questo l'hashtag più famoso in questi giorni. Dovrebbe essere il simbolo di un riscatto di orgoglio a difesa della vita propria vita e di quelle altrui.
Sto prendendo molto sul serio questa necessità e penso che tutti dovrebbero farlo, perché è un dovere civico e esprimo tutto il mio disprezzo nei confronti di chi non si adegua per lassismo, strafottenza o stupidità, e sono ancora troppi a prendere la situazione sottogamba.
Certo continuo ad avere delle incombenze lavorative e salgo e scendo da Saint-Christophe, dove c'è la sede "Rai" ormai blindata e con tende allestite fuori dalla regia televisiva, dove opera personale che non ha contatti con gli altri all'interno. Ciò consentirebbe di trasmettere comunque in emergenza se il virus colpisse persone dentro la sede e ci fosse una paralisi da quarantena.

Caro papà, ora tocca a noi

Le avvertenze per il 'coronavirus'Caro papà,
in queste ore ti ha raggiunto in Paradiso un tuo amico di Valtournenche, il dottor Oreste Maquignaz, che ho incontrato non molto tempo fa. Avevamo nell'occasione evocato le visite nel suo studio di ortopedico al Breuil-Cervinia per il mio primo gesso alla gamba da bambino e poi il legamento crociato e il menisco con successivo consulto con un altro vostro amico comune, Giorgio Vassoney, grande chirurgo ortopedico alla clinica "Pinna Pintor" di Torino. Proprio lui ti pagò il biglietto del treno da Ivrea ad Aosta, quando lo incontrasti per caso alla fine dalla tua avventurosa fuga dal campo di concentramento nazista nella primavera del 1945.
Con Oreste ci eravamo fatti un sacco di risate a ricordarti da vivo con il tuo spirito scherzoso che accompagnavi ad un'esemplare attività professionale, esattamente come la sua: una schiatta di professionisti sino ad età avanzatissima, tu per gli animali da buon veterinario, e lui per gli umani, specie sciatori e alpinisti.

Il coraggio e la felicità nel tempo del Coronavirus

Umberto EcoLa parola "coraggio" ha molti volti. Certo la definizione più usuale è grossomodo questa: "Forza d'animo nel sopportare con serenità e rassegnazione dolori fisici o morali, nell'affrontare con decisione un pericolo, nel dire o fare cosa che importi rischio o sacrificio".
Già così ne abbiamo da vendere di stati d'animo in atto. Penso ai due lati della medaglia: da un lato i pazienti che si trovano a sopportare un peso enorme, caratterizzato da un percorso pieno di insidie, fatto dai sintomi, dal famoso tampone con le sue attese e poi dalla speranza di uscire dal tunnel; dall'altra il lavoro dei sanitari, fatto di fatica e sacrificio ed anche dalla legittima preoccupazione di finire essi stessi colpiti dal virus.

Obbedisco...

L'ormai celebre immagine di Giuseppe Conte che firma il decreto dell'8 marzoOra si svolta e con le ultime decisioni sul "coronavirus" o la va o la spacca e non c'è più spazio per fare i furbi, pena il rischio di soccombere. Siamo giunti al redde rationem e vale la pena di tornare indietro sulla vicenda per guardare avanti.
Esiste una logica all'italiana, che mai ho condiviso, che riguarda la regola accompagnata sempre dalle eccezioni. Ricordo quando contribuivo alla scrittura delle leggi, dando il mio apporto come deputato in quei tavoli più ristretti - si chiama "Comitato dei nove" - dove si esaminano emendamenti e sub-emendamenti e, essendo senza rendicontazione, si scioglievano i nodi più delicati in discussione. Ebbene, mi accorgevo sempre che qualche collega parlamentare cercava sempre di allentare le corde, ad esempio con l'uso della formuletta "di norma", che voleva dire che "normalmente" valeva la regola, ma ci potevano essere casi particolari. Così si aprivano voragini interpretative.

La speranza è un rischio da correre

La 'superLuna' di questi giorniSuona quasi beffarda, ma molto consolatoria, la Natura che mi ha offerto due immagini di sé, che sembrano contraddire la tensione di queste ore. Tensione vera, non inventata, perché quello cui ci confrontiamo è da un lato la nostra evidente fragilità quando si sconquassa il ritmo abitudinario della nostra vita e, dall'altra, quando tutto avviene con una incredibile rapidità, dall'oggi al domani.
Da qui le due immagini. La prima era notturna: un'immagine della nostra vallata centrale illuminata dalla luna con un cielo azzurro cobalto fiabesco che lasciava senza fiato. La seconda, nel dormiveglia mattutino, è fatta di suoni: erano due uccelli che gorgheggiavano mentre albeggiava, come per annunciare la primavera che verrà.
Due pillole di speranza in un periodo di cattivi pensieri a causa - detto papale papale - di una malattia che ci minaccia e non si tratta di una battaglia personale, come capita quasi sempre, ma di una prova collettiva e, come tale, ancora più complessa.

La prova si fa sempre più dura

Chiusi a casa...Esistono per me due mondi rispetto al "coronavirus", questa minuscola creatura che minaccia le nostre vite. Il primo è stato ben rappresentato da chi ha passato settimane a sottostimare gli eventi ed anche in Valle d'Aosta ha passato il tempo a dire «venite in Valle d'Aosta, perché da noi non ci sono pericoli», cui bisogna associare anche chi alzava le spalle e affermava «poco più che un'influenza».
Dall'altra c'era chi, come chi scrive, non capiva certo ottimismo latente e cercava di scavare negli avvenimenti, avendo l'impressione che ci fosse un'evidente "dietro le quinte" e soprattutto che non ci fosse neppure da noi un'organizzazione pronta e decisori in grado di affrontare gli eventi. Quando, ad esempio, sentivo che non c'erano a disposizione i celebri tamponi necessari per accertare la malattia ti chiedevi legittimamente chi fosse alla guida del pullman su cui siamo tutti imbarcati.

Come soldati contro il "coronavirus"

Una coda di sciatori il 7 marzo 2020L'altro giorno ero a Torgnon per sciare. Mi trovavo al punto di arrivo della seggiovia del "Collet" a 2.250 metri, uno dei tanti è straordinari belvedere che ci offrono sul nostro territorio una visione delle nostre montagne. Da quella visuale svetta il Cervino con la sua imponente e enigmatica singolarità e il colpo d'occhio abbraccia quella sinfonia di roccia e ghiacci che è il massiccio del Monte Rosa.
Un paesaggio forgiato da milioni di anni di travagli geologici di fronte al quale ciascuno di noi misura la propria piccolezza e quanto sia fuggevole la nostra vita e insignificante il nostro passaggio, come un'orma sulla neve che mi circondava in quel momento.
Il vociare attorno dei turisti mi ha riportato alla realtà di una giornata fresca in mezzo alla natura con un cielo azzurro sopra di me.
Tutto perfetto? Tutt'altro.

Lettera al "coronavirus"

Una rappresentazione grafica del 'coronavirus'Signor "coronavirus", chiamato "covid-19",
lei si è insinuato nelle nostre vite e speriamo tutti che ciò non avvenga anche nel nostro corpo senza essere invitato e con il gusto violento di sconvolgere la nostra quotidianità. Con la conseguenza in certi casi di uccidere senza alcuna distinzione di luoghi e persone, pur con qualche preferenza per i più deboli. Questo aspetto del suo carattere dimostra quanto sia una brutta creatura della Natura, di cui volentieri vorremmo fare a meno ed è un nostro nemico giurato che ci minaccia e per questo la combattiamo.
Lei è una sorta di diavolo minuscolo che piomba tra di noi e si diffonde con una certa facilità, profittando della socialità di noi, razza umana. Della nostra voglia di abbracciarci, di baciarci, di fare festa e stare insieme, mentre lei - bestia grama - approfitta di noi e ci costringe a isolarci, proteggerci e ad avere timore per noi e per i nostri cari e a diffidare degli altri perché veicolo del suo desiderio di espandersi come certi alieni dei film di fantascienza.

"Coronavirus" tra privacy e necessità di sapere

Evasione...Gira che ti rigira l'attualità del "coronavirus" incalza e che sia il problema vitale che ci frulla sempre in testa lo si vede ogni giorno, specie ora che il virus è arrivato in Valle d'Aosta o meglio è stato infine rinvenuto ed a fronte di crescenti misure importanti che cambiano la nostra vita quotidiana. Capita perciò di trovarsi a ragionare su diversi aspetti e oggi ne vorrei annotare uno, che parte da un lontano passato da evocare non per un parallelo impossibile, ma per certi aspetti- come dire? - psicologici e anche pratici.
La peste del 1630 uccise in Valle d'Aosta almeno cinquantamila persone e forse è una cifra per difetto. La cronaca più drammatica dei fatti accaduti nell'occasione di questa epidemia a Milano ce l'ha data nei "Promessi Sposi" - libro obbligatorio nel curriculum scolastico - Alessandro Manzoni, che descrive in modo magistrale la paura per il contagio e le molte dicerie che si diffondevano nella popolazione. Il fatto più noto, tanto da diventare proverbiale, è quello che ci fossero persone che spargevano appositamente unguenti venefici per propagare la peste.

Stretta di mano, abbraccio e bacio

La scultura 'Peace' di Stephen J. Kaltenbach, a Sacramento, in California, negli USAMi riesce difficile non stringere la mano a chi incontro e, con le persone con cui ho un rapporto affettuoso, mi viene ancora naturale un abbraccio, aggiungendo talvolta per certi casi di maggior intimità e simpatia quello che i francesi chiamano "faire la bise" (addirittura tre volte come avviene con i miei amici vallesani). Ed invece i consigli governativi ci vorrebbero addirittura un metro di distanza, che mi domando come sia fattibile in certe circostanze, tipo i supermercati, i trasporti pubblici, per non dire dei comizi che dovrebbero esserci nella campagna elettorale per Regionali e Comunali in Valle d'Aosta (cosa capiterebbe nei seggi, luogo rischioso per i contagi?).

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