Le molte date legate al’80esimo dell’Autonomia valdostana sono un’occasione unica per un forte risveglio della coscienza popolare, indispensabile per mantenere vivi valori e principi che sono a fondamento della Valle d’Aosta come la conosciamo oggi.
Mai si deve vivere nell’illusione che ci sia una sorta di automatismo e che per questo tutto sia destinato a filare liscio, senza dover periodicamente riattizzare la fiamma per mantenerla viva.
Per questo bisogna vivere l’Autonomia come elemento dinamico, vivido e capace ad adeguarsi ai tempi e ai cambiamenti che paiono nel mondo che viviamo sempre più accelerati.
Chi si occupa di Politica deve farlo con dignità nel solco di una tradizione nobile da tenere alta e mai da disperdere o indebolire in polemiche piccine e inutili.
Zio Séverin Caveri il 10 gennaio del 1946, diventato membro del primo Consiglio Valle, aveva di certo la consapevolezza del momento storico che stavano vivendo allora il popolo valdostano e lui stesso.
Il popolo valdostano in cui credeva, conoscendone le radici profonde incise nel suo DNA, misto fra una antica famiglia di Moneglia e le famiglie valdostane transitate attraverso sua mamma e sua nonna.
Séverin conosceva la Storia nobile e importante della sua terra, compresa l’umiliazione dei valdostani a causa del centralismo sabaudo contro le libertà svuotate del Duché d’Aoste, poi con le incomprensioni dell’Italia liberale e le tragedie del Fascismo. Lui stesso aveva compartecipato alla fiammella accesa nel buio dalla Jeune Vallée d’Aoste, diventando prima discepolo, poi amico e infine erede politico di Émile Chanoux.
Era stato costretto a scappare in Svizzera dopo l’8 settembre, perché considerato dalla Polizia politica fascista come un pericoloso antifascista. Fondatore dell’Union Valdôtaine prese in mano solidamente le piazze che spingevano per un sistema federalista per la Valle d’Aosta e cercò a Parigi, durante le discussioni di Pace del dopoguerra, di strappare una garanzia internazionale a tutela dei valdostani. Fu protagonista delle discussioni che portarono ai Decreti luogotenenziali e in quel 10 gennaio perse per un voto il ruolo di Presidente della Valle, che mesi dopo ottenne, occupandosi dei rapporti delicatissimi con la Costituente per avere l’Autonomia speciale attraverso uno Statuto.
Un ritorno in forza della identità valdostana, pure se l’asticella nelle sue speranze doveva essere più alta. Ma decise di restare nelle Istituzioni nel solco del pensiero chanousiano, nella versione originale che lui forgiò e diresse per decenni come leader unionista.
A chi pensava quando partecipava alle foto di rito? Alla mamma, morta nel luglio dell’anno prima, al papà sicuramente fiero del figlio politico. Avrà quel mattino baciato la moglie Bice, i figli Augusta e Renato? Cosa gli avranno detto sorelle e fratelli amatissimi, compreso mio papà, Sandrino? Avrà pensato ad Antoine, con lui nella Jeune Vallée d’Aoste e ucciso per caso da una pallottola vagante il giorno della liberazione di Aosta, il 28 aprile del 1945?
Quanti pensieri per questo zio, giovane avvocato, classe 1908, nato ad Ivrea perché il papà René era lì come Sottoprefetto di carriera.
Come mi piacerebbe essere lì in quel giorno in via Ollietti, presso quello che all'epoca era il Palazzo del Governo (ex Palazzo della Provincia) nella Sala storica, dove nel post Statuto si riunì il Consiglio regionale sino al 1963.
Vorrei parlare con Séverin e i consiglieri nominati dal CLN. Penso che a lui racconterei di quel certo oblio che è caduto sulla sua figura in modo del tutto ingiusto e a cui mai smetterò di reagire. Immagino un suo sorriso e una battuta sarcastica, che amava pronunciare come sentenze scherzose e ficcanti, che risultano pure nei miei ricordi di bambino.
Il tempo sarà sempre più galantuomo e - in questo incontro immaginario - gli racconterei anche qualcosa di me e della consapevolezza che ho sempre avuto in politica della difficoltà di essere degno della sua pesante eredità, conoscendo i miei limiti rispetto alla sua straordinaria caratura culturale e intellettuale.