Un copione trito e ritrito si è ripetuto a Torino, riassunto dal filmato che mostra l’aggressione ad un poliziotto rimasto isolato da parte di un gruppo di black bloc, che non lo hanno ammazzato solo perché un collega lo ha salvato in tempo dalle grinfie dei violenti mascherati di nero.
Chi si stupisce dell’evento sembra non capire che Il legame tra Askatasuna, centro sociale sgomberato poco tempo fa dopo 30 anni di una lunga ”okkupazione”, e i black bloc militanti è una lunga storia ”insurrezionalista” autonoma radicale) che diventa guerriglia contro simboli del potere (banche, forze dell'ordine, vetrine, e tutto quel che capita sottomano) durante le manifestazioni di piazza.
Lo stesso si è visto ormai da tempo contro i cantieri della TAV in Val di Susa con un uso ricorrente di violenza organizzata con tattiche militari.
Askatasuna, come molti centri sociali dell'area autonoma/antagonista italiana (soprattutto quelli più radicali), ha avuto un rapporto ricorrente e documentato con questa tattica e con i militanti che la praticano, in questi sensi principali.
Cosi l’accusa a Askatasuna di essere un incubatore di violenza non da parte di chissà chi, ma proprio in queste ore il Procuratore Generale Piemonte Valle d’Aosta, Lucia Musti, ha parlato all’inaugurazione dell’Anno giudiziario senza peli sulla lingua, smontando di fatto la tesi della criminalizzazione di un'esperienza di lotta e autogestione.
Così scrive La Stampa di oggi in un articolo di Giuseppe Legato e Caterina Stamin: ”Un affondo senza precedenti. Contro gli autori degli assalti e degli scontri, ma anche contro una «upperclass» responsabile a suo avviso di una «benevola tolleranza», di una «lettura compiacente di condotte, che altro non sono che gravi reati, da parte di taluni soggetti i quali con il loro scrivere, il loro condurre a normalizzazione, il loro agire in appoggio, vanno a popolare quella che voglio sintetizzare come "area grigia", di matrice colta e borghese, che dovrebbe per contro svolgere un'illuminata azione di deterrenza, di educazione al vivere sociale e di rispetto delle regole democratiche, riempire i vuoti, le periferie dell'anima». La maxi-aula che ospita la cerimonia d'inaugurazione dell'anno giudiziario ascolta”.
Parole dure e taglienti.
Ancora si legge: ”Per Musti a Torino, città attraversata da profonde tensioni sociali negli ultimi mesi quasi tutte riconducibili nella matrice ad aree antagoniste vicine o intranee al centro sociale Askatasuna sgomberato il 20 dicembre, «abbiamo assistito ad una escalation impressionante di comportamenti violenti rivolti non solo nei confronti delle forze dell'ordine ma, in una concentrata sequenza temporale, e solo a titolo esemplificativo - ha aggiunto il procuratore generale - dal 22 settembre al 28 novembre 2025: alle stazioni Porta Nuova e Porta Susa, alla sede universitaria Palazzo Nuovo, all'aeroporto Sandro Pertini, alla sede Ogr in concomitanza di evento mondiale (Von Der Leyen, Bezos), alla sede dell'azienda Leonardo, alla sede della Città metropolitana di Torino, alla sede del quotidiano La Stampa”.
La storia negli anni è ancora più lunga e preoccupante, ma l’alto magistrato si è occupato dei fatti più recenti a smentire le tesi buoniste che abbiamo sentito con sottostima dei fatti.
Ancora Musti: ”Se l'obiettivo delle proteste violente sia la difesa di diritti asseritamente violati o meno, per il magistrato è chiaro. «Non posso non rilevare che la ripetitività di tali azioni, l'ampliamento e la scelta di molteplici obiettivi, la presenza costante di taluni personaggi ripetutamente denunciati e processati, siano in realtà il segnale che manifestare per diritti propri o altrui sia lo specchietto per le allodole per nascondere una finalità diversa, che è proprio quella della turbativa dell'ordine pubblico e dell'intento dell'utilizzo delle piazze quale strumento di lotta al di fuori del contesto democratico e in violazione delle legalità”.
Ero un giovane giornalista proprio a Torino nel 1978 in una radio locale e avevo amicizie di tutti i generi e in diverse città. Allora non si capì il brodo di coltura di certo estremismo (a destra come a sinistra), che insanguinò l’Italia.
In particolare ricordo lo slogan ammiccante nei confronti dei ”compagni che sbagliano”, che risultarono essere null’altro che terroristi sanguinari.
Per questo non bisogna mai sottostimare le violenze e lo dico a quella fronda pacifica in scacco ai delinquenti vestiti con il passamontagna.