Leggo con vivo stupore, anche se credo che ormai la vicenda Garlasco abbia scassato le pive (non fosse che mi sono convinto che un innocente, Alberto Stasi, è in galera da anni), di questo Andrea Sempio che fa discorsi da solo, resi noti dalle intercettazioni.
La parola soliloquio è affascinante perché descrive un momento di intimità psicologica che "esce" fuori dai confini della mente. Il termine è di facile comprensione: deriva dal latino tardo soliloquium, composto da due radici: solus (solo) e loqui (parlare).
Segnali incidentalmente come , a differenza di molte parole latine nate nell'antichità classica, il termine sua stato coniato da Sant'Agostino nel IV secolo d.C. infatti una sua opera venne intitolata ”Soliloquia“ ed è un testo in cui dialogava con se stesso e con la propria ragione. Prima di allora, non esisteva una parola specifica per indicare il "parlare con se stessi".
Nella vita comune su definisce soliloquio l'atto di chi, stando solo, formula i propri pensieri a voce alta. C’è chi lo ritiene un modo per riflettere meglio, per sfogarsi o per "fare il punto" della situazione.
Personalmente mi capita di rado. Capita talvolta quando, dovendo parlare in pubblico, ripeto la scaletta del mio intervento.
Leggo, invece, sul soliloquio questo passaggio inquietante: in ambito psicologico, clinico e letterario, il soliloquio può trasformarsi in un potente meccanismo di auto-assoluzione o di giustificazione morale. Quando una persona compie un atto estremo o un delitto, il dialogo interiore (esternalizzato nel soliloquio) serve spesso a costruire una narrazione che renda l'insostenibile... sostenibile. Sarà così?
E ancora: in caso di gravi delitti, il soliloquio può indicare una forma di dissociazione. L'individuo parla a se stesso come se parlasse a un'altra persona, cercando di distanziarsi dall'atto compiuto. È il tentativo della mente di separare l' "Io che ha ucciso" dall' "Io che parla", cercando di ripulire la propria coscienza attraverso una confessione privata che non prevede giudici esterni.
Pare che faccia scuola, in letteratura, Delitto e Castigo di Dostoevskij con Raskol'nikov - tormentato protagonista del libro - passa gran parte del tempo in soliloqui febbrili.
Inizialmente, usa il soliloquio per convincersi che il suo omicidio sia un atto intellettualmente giustificato (la teoria dell'uomo superiore). Solo col tempo il soliloquio smette di essere assolutorio e diventa il luogo del tormento e della colpa. In sintesi, il soliloquio non è solo una riflessione solitaria, ma può diventare un vero e proprio tribunale privato dove l'imputato coincide con il giudice e, spesso, finisce per dichiararsi innocente. Vedremo nel caso in premessa.
Intanto su Garlasco mi chiedo cosa aspettino gli Ordini professionali (giornalisti, psicologi, avvocati) ad intervenire su loro iscritti che fanno scempio di elementari regole deontologiche. Idem - ma è a valere su diverse materie - per i grandi emergenti: i criminologi! Spiccano alcune che appaiono in televisione con toni millenaristici degni di miglior causa.
Aldo Grasso, il più autorevole opinionista sulla Televisione, ha in alcune frasi espresso con chiarezza alcune opinioni che condivido.
La prima: ”Sul caso Garlasco le televisioni stanno dando il peggio di sé, trasformando senza alcuna remora la vita e la morte in feuilleton”.
La seconda: “ È il Carnevale dell’opinionismo che banchetta sulle spoglie della vittima sacrificale.»
La terza: ”I “processi” su Garlasco in tv sono pericolose gogne mediatiche”.
Infine: ”L’onere di provare la colpevolezza dell’imputato incombe sulla pubblica accusa e non sulla pubblica opinione”.
Ma stupisce anche il seguito sul caso. Sul piano quantitativo, i numeri dicono tutto: si calcola che Garlasco sia in trend topic più di Grande Fratello e del campionato di Serie A, con ricerche nell’ordine delle decine di milioni al giorno, dall’Italia e dall’estero, e si parla già di film e serie TV.
L’onda lunga della TV sembra precedere ancora una volta quella dell’istruttoria e delle indagini ufficiali.