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27 mag 2026

Dalla musicoterapia al vino “musicale”

di Luciano Caveri

Non ho un giudizio personale sugli effetti della musicoterapia, perché non l’ho mai sperimentata di persona.

Mi sento più un fruitore abituale della musica per il piacere che da sempre ne ricavo nel corso della vita (certi rapper che ascolta mio figlio quindicenne fanno l’effetto opposto).

Leggo che la musicoterapia riduce ansia e dolore percepito, migliora l’umore in pazienti oncologici e psichiatrici, aiuta nella riabilitazione neurologica (pazienti post-ictus o con Parkinson, grazie al ritmo che “aggancia” il sistema motorio).

D’altra parte la musica ci accompagna dal passato più remoto, visto che la prima musica strumentale documentata risale a circa 40.000–43.000 anni fa, ma la proto-musica vocale/ritmica è verosimilmente molto più antica (forse 100.000 anni o più).

Sul Web si trovano molti filmati con animali vari che sembrano interessati da musicisti che li avvicinano e no sembrano frutto di Intelligenza Artificiale.

Io sapevo delle mucche e di qualche effetto sulla produzione del latte, che pare poca cosa. Uno studio abbastanza citato dell’Università di Leicester mostrò che musica lenta e rilassante (sotto i 100 bpm) aumentava nelle bovine la produzione di latte di circa il 3%, mentre musica veloce e ritmata aveva effetto nullo o leggermente negativo. Il meccanismo ipotizzato è semplice: la musica lenta riduce lo stress cronico, e lo stress è un nemico della lattazione perché inibisce l’ossitocina, l’ormone che regola l’eiezione del latte.

Ci sono anche studi su galline (più uova con musica classica), pesci (crescita accelerata) e persino piante, anche se lì il meccanismo è molto più controverso e probabilmente si riduce alle vibrazioni fisiche più che a qualcosa di “musicale”. Mentre per noi esseri umani quasi certamente conta anche il significato culturale ed emotivo.

Ora su Le Monde leggo del vino che si fa musica in un articolo di Sébastien Jenvrin. Salto i preamboli e vengo al sodo, citando l’inventorre: ”Cyril de Benoist, uno dei pochissimi viticoltori a essere certificato biologico e biodinamico a Sancerre. Ed è proprio con le piante che cerca di comunicare, somministrando loro, mattina e sera, una sequenza musicale di sette minuti per «rinforzare le viti» contro le malattie o le avversità climatiche. Questa idea di una musicoterapia in ambito vitivinicolo può sorprendere, e lui stesso lo ammette: «Mi prendono per pazzo, di sicuro, ma sono semplicemente un fanatico della vigna». L'idea gli è venuta dopo aver sentito parlare di un orticoltore che usava la musica come trattamento contro la peronospora per i suoi pomodori. Incuriosito, il viticoltore scopre l’esistenza della società Genodics, dalla quale noleggia uno di questi dispositivi da circa dieci anni per circa 1.500 euro all’anno. «Ho visto un enorme cambiamento nel tasso di mortalità delle viti legato al mal dell'esca, attesta il viticoltore, talmente convinto da averne installato un secondo nella sua cantina, dove da allora non ha più subito blocchi di fermentazione.

Fondata nel 2008, questa azienda francese commercializza soluzioni per il mondo agricolo basandosi sui lavori del fisico Joël Sternheimer, inventore della genodica e, per inciso, cantante "yéyé" negli anni '60 con lo pseudonimo di Évariste.

La sua teoria: ogni amminoacido che compone una proteina corrisponde a una nota musicale, e quindi ogni proteina potrebbe essere tradotta in una «proteodia» (contrazione di proteina e melodia). Diffondere questa melodia matematica permetterebbe di «amplificare la sintesi naturale delle proteine», spiega Victor Prévost, ingegnere biologico presso Genodics ed ex ricercatore al CNRS di Mulhouse, e così «orientare il metabolismo delle piante in una determinata direzione»”.

Mah! Sulla stessa lunghezza d’onda in cantina un altro viticoltore: ”Al Domaine de Cousignac, a Bourg-Saint-Andéol (Ardèche), anche Raphaël Pommier tesse legami profondi tra vino e musica fin dal suo incontro, avvenuto più di venticinque anni fa, con il Quartetto Debussy durante il festival itinerante Les Cordes en ballade. Per il ventesimo anniversario di questa manifestazione dell'Ardèche, colui che si definisce un «compositore di terroir» ha avuto l’idea di creare una cuvée speciale, Accord tonique, dove ogni vitigno corrisponde a uno strumento: la rotondità e il calore del violoncello richiamano quelli del grenache, il lato scuro, fine e rustico della viola fa eco alla syrah, e così via. «Non è scienza, ma sinestesia», precisa l’ingegnere di formazione.

Per questa cuvée naturale – tutti i suoi vini sono biologici –, Raphaël Pommier chiede ogni anno al quartetto di comporre un brano musicale, che viene poi diffuso durante la fermentazione in vasca. L’obiettivo è quello di «stimolare la parte viva del vino, ovvero il lievito», afferma il viticoltore. Al traguardo finale, il suo vino ha «molta più finezza e complessità», assicura. Per quanto riguarda il far risuonare note nei suoi vigneti, preferisce evitare, per il rischio di rompere una certa armonia. «Abbiamo le cicale di giorno, i grilli di notte, i tordi bottacci, i falchi. Significherebbe aggiungere al mio terroir qualcosa di diverso, e non so come la prenderebbe»”.

Difficile che lo spieghino a voce.