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03 giu 2026

La società del tifo: quando il dissenso diventa un problema

di Luciano Caveri

Ragionare con la fiele (con il veleno, il rancore, la rabbia identitaria che acceca) non funziona quasi mai e la polarizzazione della politica ne è ormai la dimostrazione vivente.Mai un punto di equilibrio e i toni guerreschi spesso vengono di più da chi adopera la Pace come un ariete.

Nel caso specifico di Gaza/Israele lo vediamo tutti i giorni. Da una parte c’è chi riduce tutto a “genocidio” e “sionisti nazisti”, trasformando un conflitto tragico e complesso in un mantra morale che non ammette sfumature. O con noi o contro di noi.

Dall’altra c’è chi nega qualsiasi sofferenza civile palestinese o giustifica tutto in nome della sicurezza. Bisogna avere un bel coraggio per negare le violenze e la logica da tabula rasa.

Entrambe le posizioni estreme sono spesso cariche di odio travestito da indignazione, selezione emotiva dei fatti, demonizzazione dell’avversario. Rimane solo il tifo da stadio, le accuse di tradimento, le scomuniche.

Due le recenti vittime illustri. Francesco De Gregori ha scelto di non prendere una posizione netta sul conflitto a Gaza/Israele. Durante una conferenza stampa a Milano, ha espresso imbarazzo verso gli artisti che fanno proclami politici dal palco. Ha detto testualmente:”Provo sempre un certo imbarazzo quando un uomo di spettacolo si schiera in maniera netta e apodittica su questioni internazionali”.

E ancora: ”Io non faccio proclami, perché non sono superiore a nessuno per dire quale posizione assumere su Gaza o Israele”. Questo lo ha fatto uscire con insulti e minacce dal Pantheon della Sinistra.

Stesso destino per Erri De Luca, che mi capitò di intervistare e trovai persona dal carattere roccioso (è anche un valente alpinista). Il celebre scrittore ha preso una posizione netta e controcorrente rispetto a gran parte della sinistra italiana. Si è dichiarato orgogliosamente sionista, intendendo con questo termine il semplice riconoscimento del diritto di Israele a esistere come Stato nazionale per gli ebrei. Dice che molti in Europa lo sono ma non osano dirlo.

Ha negato esplicitamente che a Gaza ci sia un genocidio: lo definisce «una distorsione storica e verbale». Riconosce che si tratta di «una guerra brutale» con un alto numero di vittime civili (inevitabile in un contesto urbano denso), ma non di un tentativo di sterminio del popolo palestinese. Argomenta che se Israele avesse voluto un genocidio, avrebbe avuto un «bersaglio immobile» (la popolazione concentrata) e non avrebbe spostato i civili come ha fatto l’IDF.

Si è detto disposto a «perdere tutto» per queste convinzioni e ha rifiutato di partecipare a eventi in cui si parla di «genocidio» o si auspica la cancellazione di Israele. Apriti cielo! La fatwa lo ha colpito da parte di chi lo considerava un’icona.

Intendiamoci: è tutto complicato con realtà contraddittorie: Hamas ha usato Gaza come base militare e scudo umano. Ma Israele ha il diritto di difendersi e di esistere. I civili palestinesi muoiono in numeri terribili, e questo è un dramma umano, non una propaganda. La storia di questa terra è fatta di torti reciproci, non di un solo colpevole assoluto.

Chi è pieno di fiele non riesce a tenere insieme queste cose e spesso si mette sulle barricate. Vede solo il nemico da abbattere senza lucidità e non ascolta le ragioni altrui.

Un conto sono la condanna forte e la critica legittima verso un governo come quello Israeliano, ma in Free Palestine - e con slogan come ”Dal fiume al mare”, che ho sentito scandire sotto Palazzo regionale ad Aosta - esiste il desiderio di cancellazione di uno Stato e di un popolo. E non mi si dica che l’antisemitismo non sta crescendo in modo pericoloso.

Ha scritto l’ottimo Antonio Polito sul Corriere: ”La «shitstorm» che si è abbattuta su Francesco De Gregori segna un salto di qualità preoccupante della nuova «sinistra illiberale», che ha trovato intorno alla giusta indignazione per la tragedia di Gaza il motivo per odiare lo Stato di Israele e chi non lo odia. Lo scrittore Erri De Luca, almeno, è stato insultato per aver espresso un’opinione, peraltro storicamente fondata (ha detto che il sionismo non è equiparabile al razzismo o al nazismo, ma è un movimento nato per dare una nazione al popolo ebraico). Il cantautore romano, invece, ha subito una purga mediatica per NON avere espresso un’opinione. Anzi, per aver rivendicato la libertà degli artisti di non dover per forza prendere parte, adeguarsi all’onda del momento e ingraziarsi così l’uditorio. De Gregori si era chiesto: «Non capisco quegli artisti che vogliono sensibilizzare il loro pubblico. Perché? Non é già abbastanza sensibile per conto suo? C’è bisogno che Springsteen dica la sua su Trump? Provo imbarazzo quando chi promuove uno spettacolo si schiera in maniera netta e apodittica su questioni internazionali o di guerra. Perché tutto il mondo che ci sta intorno va analizzato con estrema cura: un proclama buttato giù da un palco oppure scritto in un appello mi lascia indifferente. È un ruolo che sento di non condividere. Non mi sento superiore al pubblico, non credo di poter dare lezioni su Gaza o sull’Iran. Non do lezioni e non le voglio nemmeno prendere da un cantante o da una persona di cinema». È bastato questo per ottenere brusche intimazioni al silenzio: «Se vuoi stare zitto su Gaza, devi stare zitto sempre». Insolenze da ageing: «Sei un bollito, un pensionato, sai d’aceto». Accuse di tradimento del suo passato: «In Palestina Pablo continua a morire» ”.

Polito incalza: ”E attenzione, stiamo parlando di un cantautore che con i suoi versi ha contribuito a costruire il modo di pensare e di rappresentarsi della sinistra italiana. Ai congressi di partito e alle celebrazioni del 25 aprile si diffondeva dagli altoparlanti come un inno «La storia siamo noi». «Generale», con la sua «notte crucca e assassina», era la canzone di riferimento degli antimilitaristi. E ora gli si tappa la bocca non per avere espresso un diverso parere, cosa che presumiamo ancora legittima; ma per non aver espresso un parere, rifiutandosi dunque di ripetere quello d’obbligo del momento. Basta questo per accusarlo di complicità morale nel massacro dei palestinesi o nella guerra contro l’Iran?”.

Giuliano Ferrara sul Foglio ha dedicato un editoriale alla vicenda, elogiando la "vecchiaia in libertà" dei due artisti. Ha difeso la scelta di distaccarsi dal "branco" e dal conformismo di certe conventicole culturali, elogiando la capacità di rivedere il già pensato e di attribuire alle cose il loro nome senza farsi spaventare dall'ostracismo.

Purtroppo viviamo un’epoca in cui non si discute, ma si aggredisce.