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17 giu 2026

”Fiasco”: una bottiglia diventa un fallimento

di Luciano Caveri

Tutto nasce da un incrocio personale: ridacchio leggendo uno scambio di battute su di un Social con un perentorio fine della discussione con “posa il fiasco!”; poi ascolto un severo giudizio su di una radio francese in cui si commenta un risultato calcistico con un acido “un terrible fiascò” con accento sulla o.

La parola esiste come ”fallimento totale” in inglese, idem spagnolo, portoghese, catalano e olandese. Diventa fiasko in tedesco e nelle lingue scandinave e baltiche, idem in ceco, polacco, russo, greco e turco. E mi fermo qui.

Allora andiamo a caccia delle origini. Il fiasco nasce molto semplicemente come contenitore e tutti noi conosciamo: la bottiglia di vetro panciuta, senza piede e rivestita di paglia (tradizionalmente erba palustre chiamata stiancia), usata soprattutto in Toscana per il vino.

Nonostante sembri italianissima, la parola ha radici nel germanico (dal gotico flasko o dal francone flaska), che significava genericamente "bottiglia" (da cui derivano anche il tedesco moderno Flasche e l'inglese flask). Nel Medioevo, il termine entra nel francese antico come flascon, diventato poi l'odierno flacon (flacone).

Come ha fatto una bottiglia di vino a diventare sinonimo di un fallimento totale, sia in italiano che in francese (un fiasco)? Ci sono due teorie principali.

La più probabile. Nelle antiche vetrerie di Murano (Venezia), i maestri vetrai lavoravano per creare oggetti di immenso pregio artistico, come calici o vasi raffinati. Soffiando il vetro, se il colpo non riusciva perfetto o la bolla d'aria si deformava compromettendo l'opera, il pezzo pregiato era irrecuperabile. Per non buttare il materiale, il vetraio "ripiegava" declassando il vetro: lo gonfiava in una rozza bottiglia panciuta senza base, destinata a essere rivestita di paglia per stare in piedi. Aveva fatto un fiasco. Da qui, l'azione di trasformare un potenziale capolavoro in un oggetto ordinario a causa di un errore divenne sinonimo di "fallire l'obiettivo".

La seconda, meno probabile. Siamo direttamente nella Parigi del Settecento, sul palco della Comédie-Italienne. Il protagonista è il celebre attore bolognese Domenico Biancolelli (1636–1688), famoso per il ruolo di Arlecchino che piaceva molto a Re Sole. Biancolelli era un genio dell'improvvisazione: ogni sera saliva sul palco portando con sé un oggetto qualsiasi e ci costruiva sopra un intero monologo comico. Una sera si presentò sul palco tenendo in mano un fiasco da vino. Quella sera, però, le battute non fecero ridere, i tempi comici fallirono e il pubblico iniziò a fischiare sonoramente. Arlecchino, guardando la bottiglia, disse in una lingua maccheronica italo-francese: «C'est toi che mi as fatto fare fiasco!» (È colpa tua se ho fatto fiasco!). L'aneddoto fece così scalpore che l'espressione "fare fiasco" entrò prima nel gergo teatrale per indicare una recita andata male, e poi nel linguaggio comune in tutta Europa.

Entrambe le storie sono affascinanti e plausibili, ma nessuna delle due è confermata in modo definitivo. Ed è proprio questo equilibrio tra certezza storica e racconto a rendere fiasco una parola così interessante: concreta come un oggetto, ma piena di immaginazione.

Un dato certo e non fantasioso è che Stendhal (pseudonimo di Henri Beyle), nel suo saggio D'amour (1822), fu uno dei primi a cristallizzare il termine in francese parlando di "fiasco", usandolo per descrivere un fallimento intimo e psicologico, sdoganandolo dal solo ambiente teatrale.

Troneggia, infine, il ”Prendere fischi per fiaschi", che è una celebre espressione idiomatica italiana che significa fraintendere clamorosamente, scambiare una cosa per un'altra o capire fisicamente fischi (i fischietti o il suono) al posto dei fiaschi (i recipienti in vetro per il vino).

Vi risparmio le possibili origini. Resta la certezza che chi scambia…non aveva posato il fiasco.