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08 lug 2026

Dal “Cogito, ergo sum” al “Chissà”

di Luciano Caveri

Quando uno si descrive agli altri, sceglie sempre formule intrise di un pizzico di autocompiacimento.

In certe discussioni, mi son sempre detto discepoli del metodo cartesiano. Si tratta - detto in breve - del sistema filosofico e scientifico ideato da René Descartes (Cartesio) nel XVII secolo, pensato per distinguere il vero dal falso e costruire una conoscenza solida, basata sulla ragione e non sul principio di autorità.

Il suo pilastro centrale è il dubbio metodico. Per arrivare a una certezza assoluta, bisogna dubitare di tutto ciò che non è assolutamente evidente. Questo percorso lo porta alla sua prima indubitabile certezza: «Cogito, ergo sum» (Penso, dunque sono), poiché l'atto stesso di dubitare conferma l'esistenza del soggetto che pensa.

Mi fermo qui, perché non è una lezioncina filosofica.

Ora con il tempo che passa - e in un mondo che trovo piuttosto sbilenco e pieno di guai - sto diventando ogni tanto vittima di una forma perniciosa di fatalismo. È una vera e propria - direi personalissima - collisione filosofica. Il fatalismo e il metodo cartesiano si muovono su due binari che non solo non si incrociano, ma vanno in direzioni diametralmente opposte. Preciso: il fatalismo ha avuto ab origine una forte matrice religiosa o teologico, mentre io milito per un fatalismo squisitamente laico.

Mentre il fatalista religioso accetta il destino perché lo vede come parte di un disegno divino superiore (spesso provvidenziale e dotato di un senso profondo), il fatalista laico tende a vedere il destino come cieco, indifferente e privo di uno scopo ultimo. Le cose accadono semplicemente perché devono accadere, per necessità matematica o fisica, senza che vi sia alcuna consolazione o giustizia finale.

Mamma mia! Sto facendo una brutta fine, pensando alla razionalità di partenza?

Sì, perché per Cartesio la mente umana (la res cogitans) mantiene una sua indipendenza fondamentale dalle leggi meccaniche della materia, preservando quel libero arbitrio che il fatalista laico, invece, nega.

Allora facciamo che sono come ben spiegato da una celebre espressione francese usata da Molière in una sua celebre commedia: ”Entre les deux, mon cœur balance”.

Mentre mi sono sempre vantato di formule pensose ma sintetiche di spiegazione delle diverse realtà della vita, oggi mi trovo spesso a dirmi o a dire: chissà!

Treccani ricorda che si tratta di una locuzione avverbiale nata dalla cristallizzazione della frase interrogativa "chi sa?", usata per esprimere dubbio, incertezza o una vaga speranza, e nota che talvolta serve a eludere una risposta più impegnativa, avvicinandosi al valore di "forse" o "può darsi.

È diventata una sola parola nel corso del tempo. Dante, Boccaccio usano ancora “chi sa” separato; la forma univerbata si consolida più tardi, tra Cinque e Seicento).Deriva dal latino volgare “qui sapit” (“chi sa”), che ha dato origine anche a parole simili in altre lingue romanze ad esempio con lo spagnolo quizá (forse) è il portoghese quiçá.

In inglese spesso si rende con “who knows”, “maybe”, “perhaps” o “I wonder”, ma nessuno cattura perfettamente quella sfumatura di incertezza rilassata, appunto fatalista, tipica dell’italiano. È una di quelle paroline brevi ma dense che rendono l’italiano così espressivo.

Idem non corrisponde in francese il ”On ne sait jamais” o il ”Peut-être”, mentre il ”Va savoir” sî avvicina.

Ma quel che conta è la vaghezza cui ci costringono gli eventi, che scompaginano ogni tentativo di sistematizzare opinioni e pensieri. Per cui ci si affida a forme irrazionali, che diventano - chissà! - una sorta di rifugio in barba alle radici illuministe in cui mi sono immerso nel tempo.

O forse - con ma maturità - è la saggia consapevolezza che pensare significa anche riconoscere ciò che ancora non sappiamo.