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13 lug 2026

La libertà di pensiero è più difficile del conformismo

di Luciano Caveri

La vita non può diventare come una trappola per topi:!per questo bisogna mantenere una propria libertà intellettuale contro i rischi del conformismo.

Adeguarsi a posizioni da ”pensiero unico”, nella logica di cantare nel coro, offre qualcosa di allettante, fatto di comodità, approvazione e sicurezza. Chi ci cade spesso non se ne accorge finché non è troppo tardi. Il conformismo raramente si presenta come costrizione esplicita, più spesso appare come la via più confortevole, quella che tutti sembrano seguire senza farsi troppe domande e ci si adegua, mettendosi in fila.

La libertà intellettuale, per contro, è sempre un equilibrismo e comporta uno sforzo costante per tenere insieme posizioni complesse, mediare tra interessi contrapposti, evitare estremismi ideologici accecanti per cercare soluzioni praticabili. Infatti non basta essere “contro” per essere liberi, altrimenti si rischia solo di scambiare un conformismo con un altro (quello del ribelle di professione, che è comunque prevedibile).

Credo che la vera indipendenza di pensiero stia nel mantenere la capacità di valutare ogni idea, comprese le proprie, con lo stesso rigore critico, anche quando questo significa disturbare la propria comodità e le proprie certezze, non solo quella altrui. In politica esiste il conformismo di maggioranza, vale a dire adeguarsi a quello che pensano tutti nel proprio ambiente, che sia il proprio partito o ormai la propria bolla mediatica.

La trappola opposta, altrettanto insidiosa, di scambiare la contrarietà sistematica, la vis polemica accanita per indipendenza. Bisogna talvolta essere disposti a riconoscere che una posizione può essere vera anche se la sostiene chi non ti piace e falsa anche se la sostiene chi ammiri. Significa anche accettare l’incertezza, perché non tutte le questioni del mondo hanno una risposta netta. Bisogna respingere certa pressione a formulare un giudizio netto anche quando i fatti non la giustificano.

Il principio di sussidiarietà, nella sua formulazione classica, dice che le decisioni vanno prese al livello più vicino possibile a chi ne subisce le conseguenze, e che i livelli superiori intervengono solo quando quelli inferiori non sono in grado di farlo da soli. Applicato al pensiero, questo significherebbe qualcosa del genere: il giudizio autonomo si esercita con più forza e più diritto sulle cose che conosci direttamente, che vedi, che vivi, mentre diventa via via più delegato, più mediato, più bisognoso di prudenza man mano che ci si allontana verso i grandi temi globali.

Ha senso pensarci per almeno due ragioni. La prima è facile: laddove esiste prossimità e vicinanza c’è l’accesso diretto ai fatti e puoi verificare, puoi correggere l’errore con l’esperienza. Viceversa - seconda ragione - sui temi che abbiano un’ampiezza globali, dipendi quasi interamente da fonti mediate e in quel caso la pretesa di un giudizio netto e sicuro è spesso sproporzionata rispetto a quello che puoi davvero sapere. In più sulle cose vicine il tuo giudizio ha un effetto reale, puoi agire di conseguenza, mentre sui grandi temi internazionali, il “giudizio” spesso si risolve in una posizione da esibire, non in un’azione ed è proprio lì che il conformismo si insinua più facilmente, perché costa poco aderire a una narrazione senza doverne rispondere concretamente.

C’è però un rovescio della medaglia a cui stare attenti: la sussidiarietà del pensiero non deve diventare un alibi per il disimpegno dai grandi temi (“non li capisco davvero, quindi non mi pronuncio mai”), perché anche questo è un modo di sottrarsi al giudizio, non di esercitarlo con misura. Il punto non è smettere di pensare al mondo, ma pensarlo con l’umiltà proporzionata alla distanza e riservare la fermezza del giudizio ai casi in cui hai davvero titolo per averla.

Vale anche l’inverso: mi ha sempre divertito chi piomba dall’esterno nella realtà mia - quella valdostana - e incomincia a spiegare quel che bisogna fare e come bisogna comportarsi, pur in assenza di conoscenze reali.

È una forma di democrazia sbilenca che sfocia nella sicumera. È una parola interessante, che esiste solo in italiano ex descrive un atteggiamento di sicurezza presuntuosa, spocchia o baldanza ostentata. Chi agisce con sicumera mostra una certezza incrollabile (e spesso irritante) nelle proprie idee o capacità, affrontando gli altri dall'alto in basso, anche quando non ne ha alcun motivo reale.

È la maschera di chi vuole apparire infallibile a tutti i costi e ne ho visti passare…

Alla base di tutto c'è l'aggettivo latino securus (sicuro), composto da se- (senza) e cura (preoccupazione). All'inizio l'aggettivo latino securus (sicuro), composto da se-(senza) e cura (preoccupazione) indicava semplicemente la condizione di chi è tranquillo e privo di affanni.

Nel passaggio all'italiano antico e ai dialetti centro-settentrionali, "sicuro" si deforma in varianti come sicuro o sicumero. Il popolo inizia a usare queste forme alterate per canzonare chi ostentava troppa sicurezza. Nacque così il sostantivo sicumera, creato sul modello di parole dotte o ironiche, ma con una sfumatura nettamente sarcastica, entrando nella lingua letteraria nell’Ottocento.

La parola bisogna appuntarsela per adoperarla quando necessario.