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26 lug 2026

Le emoji e il corpo che parla, quando torniamo mimi

di Luciano Caveri

C’è qualcosa di paradossale nel modo in cui comunichiamo oggi, che dimostra come nel sentirci modernissimi in realtà replichiamo gesti antichi sotto nuova forma. Scriviamo più di quanto abbiano mai scritto le generazioni precedenti — messaggi, chat, commenti — eppure per farci capire davvero ricorriamo sempre più spesso a un disegnino stilizzato di un viso che sorride, piange o strizza l’occhio. Sono i famosi e ormai insostituibili emoji.

È come se, attraversata la parentesi della scrittura alfabetica, fossimo tornati a un gesto molto più antico: mostrare, con il corpo, ciò che proviamo.

Desmond Morris, l’etologo diventato osservatore instancabile del comportamento umano, ha dedicato buona parte della sua opera proprio a questo: decifrare il linguaggio silenzioso di mani, sguardi, posture.

Nelle sue pubblicazioni ha catalogato centinaia di gesti umani, mostrando quanto il corpo sia in grado di veicolare significati precisi senza bisogno di una sola parola. Le emoji della mano — il pollice alzato, le dita incrociate, l’applauso, il pugno chiuso — sembrano ricalcare esattamente questo repertorio: sono, in fondo, gesti congelati in un’icona.

Ma qui arriva anche la parte più interessante e meno comoda del ragionamento di Morris: molti di quei gesti non sono universali. Il pollice alzato, che su una tastiera sembra un simbolo neutro e positivo, in alcune culture del Medio Oriente è un insulto. L’ormai celebre segno “OK” con pollice e indice a cerchio ha significati opposti a seconda del paese. Morris stesso, viaggiando per l’Europa a raccogliere gesti, scoprì che uno stesso movimento della mano poteva significare cose radicalmente diverse a poche centinaia di chilometri di distanza.

Un esempio quasi da manuale arriva, non a caso, da un angolo d’Italia: in Valle d’Aosta, in patois valdostano, “poudzo” significa letteralmente “pollice”, ed è diventato il saluto informale tipico della regione — si alza il pollice della mano destra per accogliere parenti e amici, spesso in accompagnamento a un caffè condiviso nella coppa dell’amicizia. Lo stesso identico gesto che altrove può risultare offensivo, qui è un segno di calore e appartenenza. È la dimostrazione plastica di ciò che Morris aveva già capito: un gesto può cambiare significato non solo da un continente all’altro, ma persino da una valle alla vicina. Le emoji-gesto, quindi, ereditano tanto la forza espressiva quanto le trappole culturali della mimica manuale — comprese le sue sacche di significato locale, come il “poudzo”.

Diverso il discorso per le espressioni facciali. Qui il riferimento d’obbligo è Paul Ekman, lo psicologo che negli anni Sessanta e Settanta andò a verificare, tra popolazioni isolate della Nuova Guinea che non avevano mai visto un occidentale né una fotografia, se le espressioni di gioia, tristezza, rabbia, paura, disgusto e sorpresa fossero riconosciute allo stesso modo. Lo erano. Ekman ne dedusse che il volto umano possiede un piccolo alfabeto emotivo davvero universale, scolpito dall’evoluzione più che dalla cultura.

Non è un caso che l’emoji più diffusa al mondo, il volto sorridente giallo, funzioni esattamente su questo principio: pochi tratti — la curva della bocca, la forma degli occhi — bastano a comunicare uno stato d’animo riconoscibile ovunque, dal Giappone al Brasile. In un certo senso, quando disegniamo un’emoji felice o arrabbiata, stiamo semplificando su schermo ciò che Ekman aveva già isolato nei muscoli del viso umano. Una lingua che non è proprio una lingua.

Il linguista Vyvyan Evans, nel suo The Emoji Code, ha provato a mettere ordine in questa intuizione diffusa che le emoji siano “una lingua universale”. La sua tesi è più sottile: le emoji non sostituiscono la lingua, ma riattivano un canale comunicativo molto più vecchio della scrittura — quello prossemico, gestuale, mimico — che l’alfabeto aveva in parte silenziato. Non è un linguaggio nel senso grammaticale del termine (manca una sintassi stabile, manca la capacità di esprimere concetti astratti o negazioni in modo affidabile), ma è un potente supplemento emotivo: aggiunge al testo scritto quello che la voce, il volto e le mani aggiungono alla parola parlata.

Forse è questo il punto più affascinante: non abbiamo inventato un nuovo linguaggio universale, abbiamo semplicemente ritrovato, dentro una tastiera, un repertorio antichissimo che già possedevamo nel corpo. Dove le emoji ricalcano il volto — quello studiato da Ekman — la comprensione è quasi immediata e trasversale alle culture. Dove ricalcano la mano — quella catalogata da Morris — portano con sé anche le ambiguità e i fraintendimenti che da sempre accompagnano i gesti umani.

La tastiera, insomma, non ha creato un esperanto dei sentimenti: ha solo dato una nuova cornice a un teatro che il corpo recita da sempre.