C’è qualcosa di beffardo nel destino di Ferragosto. Nato come Feriae Augusti, il riposo concesso da Augusto dopo la fatica dei raccolti, e poi cristianizzato nell’Assunzione per volontà della Chiesa, oggi rischia di diventare famoso per il motivo opposto. Spicca non per il riposo, ma il suo esatto contrario: il giorno in cui l’Italia intera si muove. Il Ferragosto è la Cima Coppi, il punto più elevato della pressione turistica estiva.
Una domanda che si concentra in poche settimane — e in pochi giorni, con Ferragosto come picco assoluto — su un’offerta di spazio fisico che non può crescere. Il risultato è la saturazione: strade impraticabili, mezzi pubblici al collasso, spiagge dove non resta più un metro di sabbia libera, ristoranti con liste d’attesa di ore, prezzi che lievitano proprio nei giorni di massime presenze.
Ridurre l’overtourism a un fastidio per i turisti stessi — le code, il caldo, la ressa — sarebbe miope. I costi più seri li pagano i residenti e i territori.
Pressione sulle infrastrutture con reti idriche, smaltimento rifiuti, trasporti pubblici dimensionati per popolazioni ordinarie collassano quando la popolazione reale si moltiplica per cinque o dieci in poche settimane.
Espulsione dei residenti, vale a dire la conversione di case in affitti brevi turistici ha cambiato interi centri storici. Incombono degrado ambientale e perdita di identità.
Se l’overtourism è un fenomeno strutturale dell’estate, Ferragosto è la festività all’italiana per eccellenza, in cui fabbriche, uffici e negozi chiudono ovunque nello stesso momento. Ne risulta ancora una sincronizzazione della domanda che nessun’altra data dell’anno replica con la stessa intensità.
Ferragosto è anche il giorno della gita “obbligata”, quello in cui — per tradizione più che per reale desiderio — ci si sente quasi in dovere di esserci. La destinazione diventa un rito collettivo e produce la concentrazione che genera il collasso.
Il caso delle Alpi è interessante e vale l’esempio della saturazione dei passi dolomitici. L’estate sta crescendo in importanza e non si può negare punte significative e problemi evidenti nel turismo pendolare che crea code sulle vie di accesso e di ritorno, che in Valle d’Aosta sono questione seria, sommandosi al traffico internazionale già carico.
Certo albergatori e operatori locali fanno notare che i giorni di reale congestione sono relativamente pochi e concentrati, e che le immagini di code e parcheggi pieni circolate sui social possono restituire un’istantanea distorta rispetto all’andamento medio della stagione. È un contrappunto utile, perché ricorda che l’overtourism, più che un fenomeno uniformemente distribuito, è spesso un problema di picchi ed è proprio nei picchi, non a caso, che si concentrano i giorni attorno a Ferragosto.
Le amministrazioni locali stanno sperimentando diverse strade: ticket d’ingresso e prenotazioni obbligatorie per i siti più fragili, numero chiuso nei periodi di picco, tasse di soggiorno più alte, limiti agli affitti brevi, campagne di destagionalizzazione per spalmare i flussi su periodi più ampi dell’anno.
Sono misure che funzionano solo in parte, perché intervengono sul sintomo — il sovraffollamento — più che sulla causa: un modello di turismo costruito su poche destinazioni-icona, amplificate come un tam tam dai social media, verso cui converge una domanda che cresce più velocemente della capacità di gestirla. Finché la vacanza resterà, per molti, sinonimo di “vedere il posto che hanno visto tutti”, il 15 agosto continuerà a essere il giorno in cui l’Italia mostra, tutta insieme, il conto di questo successo.