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25 ago 2026

La fiducia, la nostra “invincibile estate”

di Luciano Caveri

C’è un momento, ogni anno, che vale più del 31 dicembre. Non ha una data fissa sul calendario, non lo segnano equinozi o solstizi. Appuntamenti che, a dirla tutta, incidono ben poco sulla nostra vita reale. È lo strappo, sempre un po’ diverso, tra l’estate e l’autunno. È quando finiscono le grandi vacanze, quelle vere. Lì, non il primo gennaio, comincia davvero l’anno.

Ma quest’anno, come i precedenti, il distacco estivale non è arrivato del tutto. Nessuno stacca più fino in fondo, per quanto sappiamo che liberare la mente resti una delle medicine più efficaci che abbiamo in capo.

Restiamo avvolti in una spirale di pensieri — guerre, clima, politiche che ribollono come pentoloni a ogni livello, locale e globale — e sciogliere quel nodo mentalmente non è facile. Forse non è nemmeno del tutto logico provarci, quando il mondo intorno continua a mandare segnali di allarme. La vita intanto corre, e con l’età sembra farlo sempre più veloce sotto i piedi. In più l’assillo del Web non si spegne mai e dunque ci facciamo scientemente inseguire dai problemi.

Su questo terreno scivoloso che caratterizza il tempo attuale, l’unica cosa che non possiamo permetterci di perdere è la fiducia. Una parola interessante che usiamo con troppa disinvoltura, spesso confondendola con un altro termine : la speranza. Vale la pena separarle, perché non sono la stessa cosa e la differenza fra loro cambia in qualche senso il modo stesso con cui affrontiamo l’incertezza.

La speranza è un’attesa rivolta al mondo, quello vicino e lontano, affinché le cose vadano bene, aspettando che accada qualcosa di favorevole, che il vento giri. È una risorsa preziosa, ma è anche passiva per natura, che non richiede nulla da noi, se non appunto l’attesa. Sperare che la situazione internazionale migliori, che l’economia riparta, che qualcuno risolva ciò che sembra irrisolvibile è atto legittimo, ma ci lascia nella posizione di spettatori.

La fiducia guarda dentro di noi. Non è la certezza che le cose andranno bene, perché sarebbe un’illusione, e le illusioni non reggono all’urto della realtà. È semmai la convinzione di poter affrontare ciò che verrà, qualunque cosa sia. Non nasce dal controllo degli eventi esterni, ma dalla conoscenza delle proprie risorse interne: quello che si è già attraversato, quello che si è imparato a reggere. La fiducia in questo senso è retrospettiva prima che prospettica e dunque si costruisce guardando indietro a ciò che si è saputo affrontare, per poter guardare avanti senza avere una vertigine.

C’è poi una fiducia che non riguarda solo se stessi, ma gli altri e il tessuto delle cose: fidarsi che, nonostante il pentolone in ebollizione, esistano ancora meccanismi — personali, sociali, persino storici — capaci di assorbire gli urti. Non è ingenuità. È la scommessa più razionale che esista, perché la sfiducia totale non ha mai risolto nulla; ha solo paralizzato chi la coltivava e parte già perdente di fronte agli eventi.

La differenza pratica è questa: chi spera aspetta un segnale dall’esterno per sentirsi meglio. Chi ha fiducia si mette in moto anche senza quel segnale, perché la sua stabilità non dipende dalle circostanze ma da come sa di poterle attraversare. La speranza è un desiderio; la fiducia è una postura. E le posture, a differenza dei desideri, si allenano e confesso di aver spesso adoperato questa risorsa se la si pratica..

Non è un caso che la parola stessa condivida la radice con “fede” — non necessariamente religiosa - ma nel senso più ampio di un atto che precede la prova. Ci si fida prima di avere le garanzie, altrimenti non sarebbe fiducia ma semplice constatazione dei fatti.

Forse è proprio questo il vero passaggio d’anno: non smettere di sperare che il mondo migliori, ma smettere di dipendere da quella speranza per trovare la forza di ripartire. La fiducia in se stessi, nelle persone vicine, in un futuro che — pur incerto — non è mai stato del tutto prevedibile nemmeno nei periodi più tranquilli, resta l’unico terreno solido su cui rimettersi in cammino. Non perché tutto andrà bene. Ma perché, qualunque cosa accada, si saprà come affrontarla.

Ne scrisse Albert Camus nel dopoguerra in questo brano da appuntare: “Nel mezzo dell'inverno, ho infine imparato che vi era in me un'invincibile estate. E questo mi rende felice. Perché dice che non importa quanto duramente il mondo spinga contro di me, dentro di me c'è qualcosa di più forte, qualcosa di migliore che spinge subito indietro.

Non si tratta di chiudere gli occhi di fronte alle tenebre del nostro tempo, né di attendere passivamente un domani migliore. La fiducia nel futuro non è una promessa scritta nel cielo, ma una scelta quotidiana: la decisione di custodire ciò che merita di vivere e di continuare a creare, anche quando tutto sembra crollare.

Il mondo in cui vivo mi disgusta, ma mi sento solidale con gli uomini che vi soffrono. Ci sono metafore di speranza che si fondano sulla menzogna, e ce ne sono altre che si fondano sul coraggio. Io scelgo il coraggio. Anche nel cuore del della notte più fitta, c'è sempre una luce che continuiamo a proteggere senza saperlo, ed è quella luce che domani chiameremo aurora".