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09 set 2026

Il diritto di dire “basta”

di Luciano Caveri

C'è un modo elegante per non affrontare un tema scomodo: parlare d'altro. Si chiama benaltrismo e in Italia è diventato l'arma preferita di chi non vuole discutere seriamente del fine vita.

Il meccanismo è sempre lo stesso. Qualcuno chiede una legge che regoli la morte volontaria assistita, sul modello di quanto già accade in molti Paesi europei. E la risposta, puntuale, è: "Ma bastano le cure palliative." Come se le due cose fossero in competizione, come se scegliere l'una escludesse l'altra, come se il problema fosse un eccesso di opzioni e non la loro assenza.

Non lo è. Le cure palliative sono necessarie, sacrosante, e vanno finanziate meglio di quanto accada oggi in troppe regioni italiane. Ma sono un'altra cosa. Le cure palliative accompagnano la sofferenza, la attenuano, la rendono più sopportabile. Non rispondono alla domanda di chi, pur assistito nel miglior modo possibile, ha semplicemente deciso che non vuole più vivere così: sopraffatto da una malattia che non lascia margini, che consuma il corpo e a volte la lucidità, che trasforma l'esistenza in un'attesa.

Chi si trova in quella condizione non sta chiedendo il permesso a nessuno. Sta chiedendo che lo Stato non gli metta ostacoli in un momento in cui l'unica cosa che gli resta è la propria volontà. Ed è una volontà reversibile fino all'ultimo istante: nessuno obbliga nessuno, nessuno anticipa nulla per conto di un altro. È esattamente il contrario dell'imposizione che si vuole talvolta evocare per spaventare.

Dietro il rifiuto di legiferare c'è spesso un'idea di sacralità della vita che pretende di valere sempre, comunque, anche quando la vita, nella sostanza, è già altrove — trattenuta da macchine, da dolore cronico, da un corpo che non risponde più a nessuna cura. Sacralizzare l'esistenza a ogni costo, anche quando è la persona stessa a dire che non ne vuole più sapere, non è più un atto di rispetto: è un atto di possesso. È decidere per altri cosa deve valere come vita degna di essere vissuta.

L'Italia ha una Corte Costituzionale che dal 2019, con la sentenza sul caso Cappato-Antoniani, ha tracciato una strada precisa, chiedendo al Parlamento di colmare un vuoto normativo. Il Parlamento, da allora, ha preferito il silenzio, o la delega a un dibattito che si consuma sempre sullo stesso terreno: cure palliative sì, autodeterminazione no. Un'alternativa falsa, costruita apposta per non arrivare mai al punto.

Capisco la posizione della Chiesa, e la rispetto. Ci sta che un cattolico scelga di seguire una dottrina che vieta di ricorrere al fine vita: fa parte della sua coscienza, della sua obbedienza, di un percorso di fede che non tocca a me giudicare. Ma esiste anche una visione laica dei diritti civili, fondata sull'autodeterminazione della persona, e anch'essa merita rispetto. Nessuna delle due può pretendere di imporsi sull'altra per legge, in uno Stato che non è confessionale.

Il punto è semplice, anche se scomodo: una persona adulta, capace di intendere e di volere, informata sulla propria condizione clinica e sottoposta a sofferenze che giudica intollerabili, ha il diritto di scegliere come e quando congedarsi. Non è una scelta contro la vita. È l'ultima forma di rispetto che si può avere per la propria.

E va detto con chiarezza: nessuno avrebbe l'obbligo di scegliere di morire. Chi per convinzione religiosa o impostazione filosofica non vuole percorrere questa strada resta libero di non farlo, fino in fondo, senza che nessuno possa costringerlo. È esattamente questo il senso di una legge: non impone nulla a chi non la vuole, tutela chi la vuole. Nei Paesi che già la applicano da anni esistono procedure rigorose, verifiche mediche indipendenti, tempi di riflessione, controlli incrociati: paletti pensati apposta per evitare che la norma diventi altro da sé.

Viviamo in uno Stato di diritto, con una Costituzione che è garanzia di un sistema di norme concatenate, non un far west normativo. Continuare ad agitare lo spettro di una legge usata per liberarsi di anziani, malati o disabili, come se il fine vita legale fosse un'anticamera dell'omicidio di Stato, non è più un argomento: è una falsificazione, costruita per spaventare invece che