Riavvolgere il nastro della Storia è un esercizio che consola e inquieta insieme. Consola perché mostra che ogni generazione ha attraversato la propria tragedia, e dunque nessuna epoca può dirsi eletta alla sofferenza in modo esclusivo. Inquieta perché, scendendo più a fondo - laddove la memoria si fa buia e restano solo tracce, indizi, ricostruzioni - si scopre che l’umanità ne ha viste, e fatte, di ogni colore. Non c’è secolo innocente.
Eppure oggi, guardando le cose, mi sorprendo con lo sguardo accigliato. Non tanto per me - la mia parte di strada, nel bene e nel male, l’ho già percorsa - quanto per chi le ali deve ancora aprirle. Sarà l’età che avanza, sarà una certa propensione alla commozione che con gli anni non si attenua ma si affina; fatto sta che il pensiero corre a chi il futuro dovrà viverlo, non solo raccontarlo.
Il futuro è sempre stato un quadro difficile da comporre, e forse è proprio questo il suo tratto più costante. Chi studia la Storia con onestà intellettuale non può non restare colpito dalla fallacia sistematica della previsione. Gli storici, ex post, spiegano tutto con disarmante chiarezza: cause, effetti, scenari, logiche che sembrano ineluttabili. Ma quella chiarezza è un’illusione ottica prodotta dalla distanza. È facile disegnare la mappa quando si conosce già il punto d’arrivo.
Chi vive dentro gli eventi, invece, non ha mappe. Ha solo il terreno incerto sotto i piedi e la nebbia davanti. In quella condizione — e questo mi pare il cuore della questione — viene premiato chi riesce a tenere la schiena dritta anche senza sapere come andrà a finire. Chi punta verso un avvenire che ha scelto, non che gli è stato garantito, accettando il rischio concreto di fallire e di pagarne le conseguenze.
Ci penso spesso, a queste scelte che rivelano una visione più che una certezza. L’8 settembre del 1943, quando l’Italia svoltò bruscamente dopo il Ventennio, non fu una passeggiata per nessuno. Chi decise allora di salire in montagna con la Resistenza, di rompere nettamente con il Fascismo, non sapeva come sarebbe andata a finire: non c’era alcuna garanzia che la scelta si sarebbe rivelata quella giusta, né sul piano storico né, banalmente, su quello della sopravvivenza. Onore a loro. E onore, ancora di più forse, a chi quella dittatura l’aveva compresa e rifiutata già ai suoi primi vagiti, quando riconoscerne la natura richiedeva uno sguardo più acuto e una solitudine ancora maggiore.
È questo, al netto di ogni retorica celebrativa e spesso strumentale, il merito autentico degli antifascisti della prima ora. Non lo sapevano, loro, come sarebbe andata. Non avevano la certezza della vittoria, né la comodità del giudizio storico già scritto. Rischiavano nel buio, con la sola bussola delle proprie convinzioni. Lo stesso vale, aggiornando lo sguardo al presente, per chi ancora oggi si oppone a dittature e ingiustizie: agisce senza garanzie, spesso in solitudine, spesso pagando un prezzo che nessuno gli rimborserà.
Diverso, radicalmente diverso, è l’atteggiamento di chi si limita a seguire la corrente degli eventi già accaduti. In Italia, dopo la Liberazione, non mancarono gli esempi: persone che si atteggiarono a eroi della prima ora, quando in realtà erano state proni al Regime fino al momento in cui tutto - improvvisamente, comodamente - cambiò. Il coraggio a cose fatte non è coraggio: è calcolo travestito da convinzione.
Confesso una forma di insofferenza, forse persino di rabbia sottile, per questa categoria umana: i voltagabbana, sempre pronti a salire sul carro del vincitore proprio nell’istante in cui si sa già chi ha vinto. Non rischiano mai nulla, perché intervengono solo quando il rischio è già stato assorbito da altri. Si appropriano a posteriori di una storia che non hanno contribuito a scrivere, indossandola come un abito già confezionato.
È una figura ricorrente, purtroppo, non un’eccezione storica. E forse proprio per questo merita di essere riconosciuta e nominata ogni volta che si ripresenta, senza sconti nostalgici né assoluzioni di comodo.
Non credo si possa chiudere questo ragionamento con una morale rassicurante. La Storia non offre garanzie, e chi promette di saper leggere il futuro mente, in buona o cattiva fede. Quello che si può fare,quello che forse vale la pena trasmettere a chi ancora deve dispiegare le ali, è la consapevolezza che la dignità di un’azione si misura nel momento in cui viene compiuta, non nel giudizio che ne darà la Storia dopo.
Tenere la schiena dritta quando tutto è incerto non è una garanzia di successo. È, semplicemente, l’unica forma di coraggio che conti davvero.