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15 ott 2026

Il corpo del Papa e le parole della paura

di Luciano Caveri

Tutti i commentatori hanno sottolineato che la scelta di Leone XIV di rendere nota la propria malattia è stata consapevole. Con quel gesto ha spezzato l'immagine quasi incorporea del Pontefice, come impermeabile alla fragilità fisica.

Per secoli la salute dei Papi è stata materia riservata. La figura pubblica doveva restare il più possibile pura e spirituale, quasi al di sopra dei limiti del corpo, per non compromettere l'immagine di autorità e continuità. Vatican News ha ricostruito i precedenti di annunci di fragilità, da Paolo VI a Giovanni Paolo II fino a Francesco. Ma l'intervento diretto e non mediato di Leone XIV, con l'annuncio all'Angelus di domenica scorsa, che io stesso ho ascoltato in diretta con stupore, è stato letto da molti come una svolta di trasparenza.

Mostrando di persona la propria vulnerabilità corporea, un tumore polmonare precoce trattato chirurgicamente, Leone XIV ha ribadito che il ministero petrino si esercita in un corpo concreto, soggetto a malattia e limiti, e non in una dimensione puramente spirituale o idealizzata. La trasparenza sulla diagnosi, confermata dopo l'operazione, è stata un segnale significativo. È anche una conferma pubblica di un atteggiamento umano di fronte a una malattia che spaventa tutti.

Testimonio direttamente come già Papa Giovanni Paolo II (Karol Wojtyla), affetto dal morbo di Parkinson, mostrasse senza reticenze la sua condizione: personalmente mi fece impressione come l’uomo forte e vigoroso che conobbi durante la prima visita in Valle d’Aosta nel 1986 fosse diventato un uomo stanco e sofferente nel suo ultimo soggiorno sulle nostre montagne nell’estate del 2004, a pochi mesi dalla sua morte.

Quando ci si ragiona, ognuno di noi pensa a quante persone ha perso per questa malattia, o a quante vi convivono. E a quelle due parole che suscitano sempre paura.

La parola cancro deriva dal latino cancer, "crostaceo, granchio", a sua volta traduzione del greco καρκίνος (karkínos). Fu Ippocrate di Cos (V-IV secolo a.C.) ad associare per primo questa immagine ad alcune forme di tumore, in particolare al carcinoma mammario. Perché proprio il granchio? Da un lato per l'aspetto: la massa tumorale mostrava spesso vasi sanguigni rigonfi che si estendevano nei tessuti circostanti, come le zampe a raggiera di un granchio. Dall'altro per il comportamento: il tumore appariva duro e tenace, "aggrappato" al corpo come la stretta di una chela. Più tardi Celso (I secolo d.C.) e Galeno (II secolo d.C.) consolidarono l'uso di cancer in latino. Dalla stessa radice greca derivano termini moderni come carcinoma.

Tumore ha un'origine puramente descrittiva: viene dal latino tumor, da tumēre, "gonfiarsi". In origine indicava qualsiasi rigonfiamento del corpo, non una malattia maligna. Nella medicina romana, con Celso, il tumor era uno dei quattro segni cardinali dell'infiammazione, insieme a rubor (rossore), calor (calore) e dolor (dolore).

Solo con la nascita dell'anatomia patologica moderna, tra Settecento e Ottocento, la parola ha assunto il significato formale di neoplasia: una crescita anomala e incontrollata di tessuti, benigna o maligna.

In sintesi, cancro nasce da una metafora visiva, tumore da una descrizione fisica. Certo, questa malattia segna la nostra epo Ma la storia della medicina ci ricorda che non è sempre stato così, e che la paura può cambiare oggetto. Molti flagelli che per secoli hanno decimato i nostri antenati oggi sono sconfitti o ridotti a un'ombra.

Il vaiolo uccideva fino a un malato su tre e lasciava i sopravvissuti sfigurati o ciechi. Grazie alla vaccinazione, iniziata da Edward Jenner nel 1796, nel 1980 l'OMS ha dichiarato la malattia eradicata: è l'unica malattia umana finora cancellata dal pianeta. La peste, che nel Trecento con la Morte Nera spazzò via un terzo dell'Europa, non è scomparsa, perché il batterio Yersinia pestis esiste ancora, ma oggi gli antibiotici la curano se diagnosticata in tempo

Negli anni Cinquanta la poliomielite paralizzava migliaia di bambini ogni anno; i vaccini di Salk e Sabin l'hanno quasi cancellata, e oggi restano pochissimi casi, concentrati in aree limitate del mondo. La tubercolosi, la "peste bianca", fu per secoli una delle prime cause di morte in Europa: con la streptomicina, a metà Novecento, divenne curabile, e anche se resta presente nei paesi più poveri, nei paesi sviluppati non è più la condanna di un tempo. Anche la lebbra, temuta ed emarginata fin dal Medioevo, è oggi curabile con una terapia multifarmaco e non lascia più gli esiti devastanti che spingevano all'isolamento nei lazzaretti.

La difterite, il "male del soffocamento", era una delle prime cause di morte infantile, ma il vaccino e l'antitossina l'hanno resa rarissima. Le grandi epidemie ottocentesche di colera e tifo sono state arginate da acqua potabile, fognature, igiene, vaccini e antibiotici. La rabbia, quasi sempre mortale una volta comparsi i sintomi, si può evitare dal 1885, quando Louis Pasteur mise a punto la vaccinazione tempestiva dopo il morso. Lo scorbuto, infine, flagello dei marinai, scomparve quando si comprese il ruolo della vitamina C.

Va detto con onestà che "sconfitte" non sempre significa "cancellate": solo il vaiolo, e tra gli animali la peste bovina nel 2011, sono state davvero eradicate. Per le altre, la vittoria è fatta di vaccini, antibiotici, igiene e vigilanza continua. È una vittoria che si mantiene.

Anche per il cancro la medicina non sta ferma, e i progressi degli ultimi decenni sono concreti. Gli screening hanno reso possibile scoprire molti tumori quando sono ancora piccoli e operabili, come è accaduto al Papa. Le terapie mirate colpiscono le alterazioni specifiche delle cellule malate risparmiando, più di un tempo, quelle sane. L'immunoterapia insegna al sistema immunitario a riconoscere e attaccare il tumore, e ha cambiato la prognosi di forme un tempo quasi senza speranza. Il vaccino contro il papillomavirus sta riducendo i tumori del collo dell'utero, ed è già una prevenzione vera e propria. La ricerca continua poi su nuove strade, dai vaccini personalizzati alle terapie cellulari, ancora in fase di studio ma promettenti. Non sono ancora vittorie definitive, e il cancro resta una malattia temibile e difficile. Ma sempre più spesso si guarisce, o si convive a lungo con una malattia diventata cronica.

Forse è questo il messaggio più consolante, e insieme il più onesto, che ci arriva anche dal gesto di Leone XIV. Davanti alla malattia la paura è umana, e la fragilità non va nascosta. Ma la storia mostra che ciò che ieri sembrava invincibile può diventare, con la scienza e la fiducia condivisa, una paura del passato. La speranza è che anche per questa parola si possa un giorno dire: ci fu un tempo in cui...