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17 ott 2026

Siepi di roccia, siepi digitali

di Luciano Caveri

“Sempre caro mi fu quest'ermo colle, / e questa siepe, che da tanta parte / dell'ultimo orizzonte il guardo esclude”.

Quando Leopardi scrive L'infinito, nel 1819, ha davanti un ostacolo: una siepe che gli impedisce di vedere lontano. Eppure la chiama cara. Il limite, invece di chiudere, apre.

Il paradosso è tutto qui. Proprio perché non può vedere l'orizzonte, il poeta è costretto a immaginarlo. «Interminati spazi», «sovrumani silenzi», «profondissima quiete»: ciò che lo sguardo non raggiunge, il pensiero lo costruisce. Poi arriva il vento tra le piante, un suono reale e vicino, e il confronto con quel silenzio immaginato risveglia in lui l'eterno, le stagioni morte e quella presente e viva. Il pensiero «s'annega» in tanta immensità, ma il naufragio non spaventa: è dolce.

Mi piace molto tornare a questi versi, perché credo che funzionino non solo per una siepe marchigiana, che evoca mia nonna che veniva da quella Regione, ma anche per le mie montagne alpine. Per chi vive in Valle d'Aosta, dal fondovalle o dalle vallate laterali, la siepe è la corona delle vette, piccole e grandi, che ci circonda. È una verticalità straordinaria, il segno più riconoscibile della nostra terra e delle sue quote elevate. Chi è nato qui sa che l'orizzonte non è mai una linea lontana: è un muro di roccia che si alza subito, a pochi chilometri, e che a prima vista sembra chiudere il mondo.

Eppure questi «muri» non ci impediscono di guardare oltre e altrove, anzi verso l'infinito. Come la siepe di Leopardi, le cime non sono una fine ma una soglia. Ci fanno chiedere che cosa ci sia di là dal crinale, ci portano a immaginare altre valli, altri cieli, altre stagioni. Il silenzio di un alpeggio, il vento che passa tra i larici, la quiete di un ghiacciaio all'alba sono, oggi come due secoli fa, la voce che si confronta con l'infinito silenziio.

Ma c'è un rischio mi preoccupa, e non viene dalle montagne. Ho sempre pensato, e la Storia lo conferma, che le Alpi non siano mai state una chiusura ma un luogo di passaggio: valichi, commerci, pellegrinaggi, eserciti, lingue che si incontrano e si sovrappongono. La Valle d'Aosta, espressione culturale straordinaria di questo mondo, è nata da questi attraversamenti. La «valdostanità» è il frutto di sovrapposizioni successive, e per questo è un'identità dinamica per sua natura, che ha sempre saputo accogliere senza smarrirsi.

Le chiusure peggiori sono altre. Quelle di un mondo digitale che è una costruzione artificiale e che, mentre promette connessione, rischia di chiudere le menti in recinti invisibili, fatti di algoritmi, di abitudini indotte, di una realtà filtrata che ci somiglia sempre di più e ci mette sempre meno in discussione.

Una siepe molto più insidiosa di quella citata: non ci fa immaginare nulla, ci dà tutto già pronto. Indebolisce le comunità vive, quelle che si incontrano e si parlano, e consegna le identità alla standardizzazione, tutte uguali, tutte intercambiabili. Stronca così le radici, che servono proprio per restare quelli che siamo e per continuare ad aprirci agli altri senza diventare altro da noi.

Esiste quindi un dovere per noi, generazioni del passato, che camminiamo goffamente sul ponte che porta al futuro. Spetta a noi riuscire a comunicare con le generazioni più giovani, per far capire che non esiste alcuna contraddizione tra vivere dentro la propria cultura e guardare l'infinito. Ma bisogna farlo senza lasciarci strappare l'identità, per non ridurci ad apolidi culturali, privi di un'eredità e, tristemente, di una personalità.

Le montagne, come la siepe, ci insegnano il valore del limite. In un tempo che promette orizzonti senza confini, vivere tra le vette ricorda che l'immensità non nasce dall'assenza di ostacoli, ma dalla capacità di lasciarsi attraversare da ciò che si intravede appena. Il pericolo non è la roccia che ci circonda, ma la perdita di radici e di sguardo.

Finché sapremo guardare oltre il crinale, restando fedeli a ciò che siamo, anche qui, come per Leopardi, naufragare sarà dolce.