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05 nov 2026

Gianfranco Miglio, il federalismo come visione

di Luciano Caveri

So quanto Gianfranco Miglio possa essere stato divisivo anche nel mondo dei federalisti per un suo innamoramento politico per la Lega di Umberto Bossi. Sicuro che se ne pentì quando il Senatur, forse geloso della popolarità del Professore e dell’evidente gap culturale fra i due (che nulla toglie al fiuto politico del leader leghista), lo definì volgarmente “una scoreggia nello spazio”.

Era un’epoca in cui Bossi, che conobbi bene ai suoi esordi a Roma, era stato colto dal pericolo più pernicioso per chi faccia politica: la tracotanza. L’ho visto invecchiare e morire dimenticato e immagino quanto patisse di una Lega salviniana spostatasi verso la destra estrema sovranista.

Ho letto e poi conosciuto di persona Miglio, che ci lasciò 25 anni fa, dopo una prestigiosa carriera accademica. Una vita la sua dedicata al pensiero federalista e al tentativo di applicarlo all’Italia, sin da quando era un giovane partigiano nel comasco delle sue origini.

Ho avuto la fortuna per due anni, all’inizio degli anni Novanta, di essere con lui nella Bicamerale per le Riforme De Mita-Iotti. Era lo stesso periodo in cui, a nome dell’Union Valdôtaine e direi delle radici federaliste valdostane, presentai un testo di complessiva riforma della Costituzione in senso federalista, che era all’attenzione della Commissione stessa. Miglio apprezzò lo sforzo e ne fui lusingato.

In quegli stessi anni il Professore venne a più riprese in Valle d’Aosta. Ricordo un memorabile incontro ad Aosta con un elegante scontro fra lui ed Augusto Barbera (che fu poi Presidente della Corte Costituzionale). Fui moderatore di questa occasione di presentazione di un loro libro scritto assieme in forma di dialogo, che mantiene una sua freschezza ancora oggi. Per me fu un’occasione impagabile per abbeverarmi alla scienza di due colleghi che mi spingo a definire amici.

Sono stato fortunato ad entrare da giovane in Parlamento e a vivere quegli anni tribolati di passaggio fra le cosiddette Prima e Seconda Repubblica, imparando ogni giorno da grandi personalità di varia estrazione culturale quanto forse non avrei mai potuto fare senza quella esperienza immersiva.

Miglio in quegli anni predicò dappertutto la sua scienza federalista, nella convinzione che la tradizionale e giacobina forma dello Stato-nazione fosse destinata a declinare. Una profezia che oggi resta di grande attualità e anzi si è amplificata per lo stato di degrado nel mondo intero del modello democratico.

Allora fece grande impressione la ripresa del suo progetto delle macroregioni e la questione riverberò anche in Valle d’Aosta per la preoccupazione per la nostra Autonomia speciale, se mai fosse stata inglobata in una grande entità del Nord. Ricordo alcune mie polemiche con progettualità simili della Fondazione Agnelli per l’evidente rozzezza delle proposte presentate.

Miglio, invece, spiegò sempre e ovunque che la Valle d’Aosta doveva mantenere una sua identità politica e istituzionale. Sicuramente era frutto di ragionamenti di tutela corrispondenti ai principi federalisti anche per un piccola comunità, ma pesò di certo - nella cultura profonda di Miglio - l’influenza di un suo Maestro alla Cattolica di Milano.

Parlo di Alessandro Passerin d’Entrèves, grande filosofo e storico, che sicuramente trasmise a Miglio le ragioni dell’autonomismo valdostano. Il professore - che aveva nel suo cognome anche Courmayeur - fu partigiano nella sua terra e poi Prefetto di Aosta di nomina del CLN. Da ragazzo ho letto suoi articoli su La Stampa in cui riaffermava le ragioni dell’identità valdostana in quella sua chiave di lettura da profondo studioso del pensiero politico.

Infine, di Miglio il politologo tedesco Carl Schmitt disse che era uno degli uomini più colti che avesse mai conosciuto e anche il pensatore politico più lucido d’Europa. Lo ricordo con affetto.