Perché ho fatto il Liceo Classico, pur con patimenti adolescenziali?
Perché lo faceva mio fratello qualche anno prima, lo avevano fatto mio papà e mio nonno e poi lo hanno fatto i miei figli, compreso l’ultimogenito in corso con patimenti analoghi. Messo così, parrebbe un meccanicismo o peggio un destino prefigurato.
Invece, se ho memoria di me stesso e spesso invecchiando te lo chiedi, mi pareva interessante conseguenza del mio desiderio di leggere qualunque cosa mi capitasse in mano.
Per carità nello studio non ho mai fatto come Vittorio Alfieri con il suo ”Tardi or me punge del saper la brama”, legandosi per farlo alla sedia per studiare con il suo motto ”Volli, e volli sempre, e fortissimamente volli”, degno di uno psichiatra.
D’altra parte l’autodiagnosi sull’eccesso di studio - che per vulgata gli peggiorò la salute - se l’era data Giacomo Leopardi, quando scriveva della ”studio matto e disperatissimo”. Il poeta utilizzò l’espressione in una lettera scritta a Pietro Giordani nel 1817, descrivendo i sette anni di ricerche e letture incessanti (dal 1809 al 1816) trascorsi nella biblioteca del padre, il conte Monaldo, a Recanati.
Però è vero che certi ostacoli, in cui spesso inciampai, qualche vantaggio poi te lo danno. Così, in tema di orientamento, mi sono depresso di fronte a genitori e pargoli che cercano la ”scuola più facile”, come se fosse un viatico utile nella vita avere autostrade al posto delle curve in salita di una strada di montagna.
Ci pensavo, leggendo sul Foglio il giornalista Alberto Mattioli con un formidabile incipit: ”Ecco una vera battaglia culturale "di destra", certo più identitaria e tradizionale e nazional-sovranista che trovare un programma a Pino Insegno o un teatro a Beatrice Venezi”.
Poi si viene al punto: ”Il liceo classico agonizza e va salvato. Informa il Corriere che nell'anno scolastico 26-27 è stato scelto da appena il 5,2 per cento degli studenti: dieci anni fa, nel 16-17, era il 6,1. Dal 2010 al '23, il numero delle matricole si è dimezzato. Per chi è convinto che gli unici requisiti per l'educazione di un gentiluomo siano il latino, il greco e la frusta (tutto il resto è inutile nel migliore dei casi e dannoso nel peggiore), si tratta di una tragedia, anche perché al terzo può provvedere la famiglia, per i primi due è necessaria la scuola. Il liceo classico "in purezza", quello insomma della legge Casati del 1859 e della riforma Gentile del 1923, senza stravolgimenti e sperimentazioni, è la miglior scuola del mondo, a patto naturalmente di avere insegnanti all'altezza”.
Prosegue l’articolo: ”La sentenza di Agnes Heller è notissima, ma repetita iuvant: "Se qualcuno dovesse chiedermi, come filosofa, che cosa si dovrebbe imparare al liceo, risponderei: prima di tutto, solo cose 'inutili', greco antico, latino, matematica pura e filosofia. Tutto quello che è inutile nella vita. Il bello è che così, all'età di 18 anni, si ha un bagaglio di sapere inutile con cui si può fare tutto. Mentre col sapere utile si possono fare solo piccole cose". Dunque, Senofonte e Cicerone fino allo sfinimento, con docenti pagati bene, preparati meglio e che non fanno sconti: "Occorrono educatori in cui la forza prevalga alla dolcezza, e risoluti a presentare così la scienza come la vita governata da una legge che non si piega ai mezzi termini cari alla pietà dei cuori teneri", scriveva Gentile, per la verita per negare che le donne potessero fornire "la forza" necessaria. E qui invece si sbagliava perché, come insegnava invece Kipling, la femmina della specie è più micidiale del maschio”.
Prosegue Mattioli e potrebbero sottoscrivere con i miei compagni di classe (quelli della 3 B hanno un gruppo Whatsapp): ”Ricordo quindi la bravissima docente di greco, italiano, latino, storia e geografia, insomma di vita, del ginnasio (a proposito: ripristinare immediatamente anche le definizioni di quarta e quinta ginnasio, il classico non è un istituto tecnico) mentre apre la grammatica greca su due pagine fitte di aoristi irregolari e fa a noi brufolosi questo discorso tacitiano: "Sono irregolari perché sono irregolari. Non c'è niente da capire. Dovete soltanto impararli a memoria. Avete due giorni". E' chiaro che chi ha vissuto questo può affrontare qualsiasi calamità, da Trump a Sanremo, con animo forte. Poi tutti sul Rocci, il mitico dizionario greco scritto a caratteri così piccoli da infliggere alla futura classe dirigente una strage di diottrie peggio che Edwige Fenech; avanti con compiti in classe dove ogni errore era mezzo punto in meno, e partendo dall'8; forza con l’Eneide e La Divina Commedia, e con congrui passaggi da mandare a memoria. Del resto, per aver conferma degli effetti nefasti della scomparsa del classico basta assistere a un qualsiasi talk-show. A consecutio dadaiste e congiuntivi sbagliati corrispondono pensieri confusi, idee sballate, pietismi e accanimenti egualmente sproporzionati, discorsi così prolissi da causare il prolasso (più Tacito per tutti!)”.
Bella chiusura: “È il sonno del liceo classico a generare i Toninelli”. Si riferisce ad un celebre Ministro dei grillini, ora contiani, noto per il suo apporto culturale.
Bene anche la parentesi finalissima: (Post scriptum per gli indignati speciali, che ogni volta che si parla di scuola lo sono di più: è un paradosso, non siamo davvero favorevoli alle punizioni corporali e sì, linglese ci vuole e Gentile era fascista. Ma l'italia è il Liceo Classico, e viceversa: simul stabunt, simul cadent, tiè, ve lo diciamo in latino)”.
In latinorum: "Insieme staranno (in piedi), insieme cadranno”.
Umberto Eco, a difesa del Classico e pur propugnando qualche integrazione (io penso a diritto, economia e digitale), scrisse con sagacia: ”La tecnologia sa vivere solo nel presente e dimentica sempre più la dimensione storica. Quello che ci racconta Tucidide sulla vicenda degli Ateniesi e dei Meli serve ancora a capire molte vicende della politica contemporanea. D’altra parte i grandi scienziati - penso a Einstein o a Heisenberg - avevano una solida cultura filosofica alle spalle, e per sapere se si ha o no a che fare con un Dio che gioca a dadi, bisogna non solo conoscere la fisica ma anche, persino, la teologia, o almeno i grandi dibattiti che hanno affannato la cultura occidentale per più di duemila anni".