A regolare i nostri comportamenti — semplificando — ci sono due grandi argini: la legge e il buon senso. Fra questi due confini si colloca anche il diritto di critica, oggi dilatato nella savana spesso incontrollata del web e, soprattutto, dei social network.
Criticare significa esprimere liberamente il proprio pensiero, anche in modo scomodo. Significa contestare il potere, mettere in discussione le narrazioni ufficiali, denunciare ciò che non funziona. È questo il cuore del diritto di critica, uno dei pilastri meno celebrati ma più vitali della democrazia italiana.
A garantirlo è l’Articolo 21 della Costituzione, che tutela la libertà di manifestare il proprio pensiero «con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione». Una norma scritta oltre settant’anni fa che non ha perso nulla della sua attualità.
Anzi: nell’epoca dei social network, delle fake news e della comunicazione istantanea, la sua difesa appare più urgente che mai. Purché sia chiaro che la libertà di espressione non può diventare un lasciapassare universale, capace di giustificare ogni comportamento o di sospendere le regole della convivenza civile.
La libertà di manifestazione del pensiero è probabilmente la più significativa tra le libertà civili. Ogni democrazia si riconosce proprio nella possibilità, concessa ai cittadini, di formarsi idee ed esprimerle liberamente in ogni ambito della vita pubblica. È ciò che distingue le democrazie dalle dittature.
Il professor Giulio Enea Vigevani, ordinario di Diritto costituzionale e di Diritto dell’informazione all’Università di Milano-Bicocca e avvocato cassazionista, ha affrontato in diversi scritti il rapporto tra informazione e potere nell’epoca della convergenza digitale.
Perché il diritto di critica è un diritto fondamentale, ma non è privo di limiti. L’ordinamento ne individua tre: la verità dei fatti narrati, l’interesse pubblico alla loro divulgazione e la correttezza formale dell’esposizione. In altre parole, non sono ammesse espressioni lesive della dignità personale e professionale, né si può sconfinare nella diffamazione o nell’offesa gratuita.
Eppure, osservando il dibattito pubblico contemporaneo, il confine appare sempre più fragile. Uno studio condotto tra aprile 2024 e marzo 2025 segnala una crescita esponenziale delle fake news online, alimentata anche dall’intelligenza artificiale.
Ma soprattutto evidenzia, nello scorrere quotidiano dei social, un livello crescente di acrimonia e odio che non pone soltanto problemi giuridici: emergono anche implicazioni psicologiche e sociologiche sempre più evidenti.
Nella vita pubblica e privata si è ormai affermata una figura ben riconoscibile: il “criticone”. Il dizionario lo definisce quasi con indulgenza: «Persona sofistica, che ha la mania di criticare e di trovar da ridire su tutto e su tutti». Ma la realtà è spesso meno innocua. Ognuno di noi ha in mente qualcuno che incarna questo modello: il denigratore permanente, il detrattore sistematico, il maldicente seriale.
È bene chiarirlo: non ci si riferisce qui alla critica costruttiva, quella che rappresenta un allarme utile e persino indispensabile. Lo ricordava Winston Churchill: «La critica può non essere piacevole, ma è necessaria». La critica autentica serve a correggere errori, a evitare degenerazioni, a richiamare l’attenzione su problemi reali.
Ben diversa è invece la sua degenerazione: una critica urlata, querula, sguaiata, spesso alimentata dall’anonimato dei social. Dietro molti profili anonimi si nascondono individui o gruppi organizzati che agiscono in modo mascherato e dunque irresponsabile.
La domanda allora è inevitabile: questa deriva appartiene soltanto ai singoli oppure sta diventando un fenomeno sociale più ampio? La risposta, purtroppo, sembra essere la seconda.
La cultura della critica facile appare oggi contagiosa. Dal singolo si estende ai nuclei familiari, ai corpi intermedi, fino a un’opinione pubblica sempre più influenzata dall’effimero e dalla reazione immediata. Chiunque eserciti responsabilità pubbliche o amministrative — tecniche o politiche — finisce inevitabilmente esposto a una pressione continua: dai veleni sui social alle lettere incendiarie, dalle petizioni al mail bombing, fino a manifestazioni e interminabili tavoli di confronto.
Spesso il presupposto è sempre lo stesso: chi decide viene considerato incompetente, in malafede o addirittura coinvolto in interessi occulti. E poco importa quanto dettagliate siano le spiegazioni fornite.
Nella mia esperienza professionale ho partecipato a incontri e riunioni nei quali ritenevo, attraverso argomentazioni documentate e ragionamenti puntuali, di aver chiarito ogni dubbio. Poi, poche ore dopo, tutto tornava esattamente al punto di partenza. E serve davvero la pazienza di Giobbe per non perdere il controllo.
Sia chiaro: la democrazia vive del confronto. Nasce dalla valutazione di idee diverse e dalla ricerca delle soluzioni migliori ai problemi collettivi. Ma questo processo dialettico deve svolgersi nel rispetto reciproco e secondo regole condivise. Non può trasformarsi in una paralisi permanente, né essere deformato da contrapposizioni ideologiche o propagandistiche che finiscono per ostacolare qualunque decisione.
Il “criticone” e la “criticonite”, soprattutto nelle loro forme collettive, rappresentano dunque una deriva da contrastare. Perché una democrazia sana ha bisogno di critica, non di demolizione sistematica.