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14 lug 2026

La cicala assolta: le favole raccontano più di noi che degli animali

di Luciano Caveri

Quando usiamo la parola "favola" nel nostro linguaggio quotidiano, spesso lo facciamo in modo apparentemente contraddittorio.

Il primo esempio è illuminante. Quando diciamo ”Non raccontarmi favole!” Vuol dire nient’altro che "non mentirmi", "non inventare scuse assurde". La favola è sinonimo di falsità o di finzione.

Idem con “Questa è una favola”. Vale a dire una proposta irrealistica, fasulla o del tutto inventata. Lo stesso vale se si dice ”Vivere nel mondo delle favole”, ammonimento per chi è ingenuo, distaccato dalla realtà o che si illude facilmente.

Allo stesso tempo, in modo positivo, usiamo la parola per descrivere qualcosa di così bello da sembrare irreale. Mostra un atteggiamento di stupore e desiderio:

Con “Favoloso!”, È una favola!” o “Da favola!” descriviamo, invece, qualcosa di semplicemente perfetto, straordinaro magnifico. Può essere - per fare un esempio - una storia d'amore da favola”, che sembra ricalcare i finali felici della tradizione ("e vissero felici e contenti").

L'italiano mostra che per noi la "favola" è ciò che si allontana dalla realtà o in negativo se evocare la favola svela una bugia o un'illusione oppure in positivo se la favola descrive il massimo splendore a cui aspirare.

Le favole - specie quelle nel solco classico - fanno un uso sistematico dell’antropomorfismo: attribuiscono agli animali caratteristiche umane (parlano, ragionano, provano emozioni complesse, hanno vizi e virtù morali) per veicolare insegnamenti etici o sociali. Questo le rende spesso molto distanti dai reali comportamenti etologici degli animali rappresentati.

D’altra parte lo scopo è proprio quello didattico a finale moralistico. l’animale diventa un “tipo” umano. La volpe è astuta, il leone è nobile, l’asino è stupido, il lupo è cattivo, la formica è previdente, la cicala è sprecona (di questo ci occuperemo). Questi tratti servono a semplificare e rendere memorabili lezioni per i bambini e non solo per loro.

Alcune favole moderne o autoriali (per esempio Kipling nel Libro della Giungla cercano di essere più rispettose dell’etologia, ma restano comunque narrative antropomorfe. Anche nel cinema d’animazione (Disney, Pixar, Studio Ghibli) l’antropomorfismo è la regola, non l’eccezione e si costruiscono - lo dico sommessamente narrazione di un mondo animale paradisiaco per nulla corrispondente alla realtà).

D’altra parte, le favole non sono documentari naturalistici. Sono specchi deformanti della società umana, e proprio per questo funzionano così bene da millenni.

Ecco perché vorrei spezzare una lancia a favore della cicala, che non è affatto sprecona come nella favola di Esopo. So bene che la celebre storia de La cicala e la formica è una metafora morale sull’importanza del lavoro e dell’essere previdenti nella vita e non descrizione accurata della biologia dell’insetto.

La favola la conoscete: la cicala canta tutta l’estate senza accumulare cibo e muore di fame d’inverno, mentre la formica previdente sopravvive grazie alle riserve. È un insegnamento classico: “prepara oggi per domani”.

In realtà le cicale adulte vivono solo poche settimane (tipicamente 2-4 in estate), dedicate quasi esclusivamente al canto e alla riproduzione. Non hanno bisogno di “preparare l’inverno” perché non lo attraversano, perché muoiono dopo aver deposto le uova.

Il grosso della vita è sotterranea: le ninfe (larve) vivono sotto terra per 2-17 anni. Si nutrono succhiando linfa dalle radici degli alberi, crescono lentamente e accumulano energia. Emergono in massa sincronizzata per saturare i predatori (una forma di difesa).

Solo i maschi possiedono il timballo, l’organo a membrana situato ai lati dell’addome che vibra rapidissimamente (anche centinaia di volte al secondo) grazie a muscoli speciali, producendo quel suono stridulo e continuo. L’addome stesso funge da cassa di risonanza, amplificando il rumore fino a renderlo uno dei più forti nel mondo degli insetti.

Lo chiamiamo ”frinire”, che una parola di origine onomatopeica: il verbo imita direttamente il suono che fa la cicala, quel canto acuto e ripetuto che si sente nelle giornate calde d’estate, spesso reso foneticamente come “frin frin”.

Fa sorridere pensare che sto canto - che d’estate è per noi in molte situazioni una colonna sonora - serve a tenere lontani altri maschi rivali, visto che lo scopo è la conquista di una femmina.

Il fatto che spesso i maschi cantino in coro, aumenta l’efficacia del richiamo e può confondere i predatori (è più difficile individuare un singolo insetto in mezzo a un coro assordante) Infine, ogni specie di cicala ha un canto leggermente diverso, così le femmine riconoscono i maschi della propria specie.

Le femmine, dal canto loro, non emettono suoni ma rispondono con piccoli movimenti delle ali per segnalare il loro interesse. Solita differenza fra maschi caciaroni e esibizionisti e invece la sobrietà femminile.

La morale è che noi esseri umani nelle favole manipoliamo caratteristiche animali a nostro uso…