Utilizziamo i cookie per personalizzare i contenuti e analizzare il nostro traffico. Si prega di decidere se si è disposti ad accettare i cookie dal nostro sito Web.
21 set 2026

“Giro giro tondo” e i bambini in crisi

di Luciano Caveri

L'altro giorno, passando vicino a un parco giochi, ho visto una scena che oggi è quasi un'eccezione: un gruppo di bambini che faceva un girotondo. Mani intrecciate, un cerchio che gira, e la strofetta che tutti conosciamo: “Giro giro tondo, cambia il mondo, gira la terra, tutti giù per terra!” Mi sono fermato a guardarli più a lungo del previsto. Viviamo in una realtà in cui vedere bambini giocare insieme, per strada, senza schermi e senza organizzazione adulta, è diventato raro. Il calo delle nascite ha reso i bambini più soli -B ci sono semplicemente meno coetanei nei dintorni (il mio ultimogenito ne ha patito) e la socialità infantile che resiste è sempre più compressa dentro l'invasività immersiva di tablet e smartphone. Quel cerchio di bambini che cantava a squarciagola mi è sembrato un piccolo atto di resistenza, pur inconsapevole. Chiunque abbia sentito parlare dell'origine di questi giochi in cerchio conosce probabilmente la versione inglese, Ring a Ring o' Roses, e la teoria che la vuole legata alla peste del Trecento o del Seicento: le "rose" sarebbero le macchie cutanee dell'infezione, le "ceneri" i cadaveri bruciati, il "tutti giù per terra" la morte. È una storia potente, macabra al punto giusto da restare impressa. Già nel 1951 Iona e Peter Opie, tra i massimi studiosi di filastrocche infantili, giudicavano dubbia questa interpretazione. Philip Hiscock ha poi smontato la teoria pezzo per pezzo: non esiste alcuna testimonianza popolare antica che colleghi la filastrocca alla peste. La ricostruzione compare per la prima volta solo a metà Novecento con una distanza abissale dalle epidemie di peste. Quello che è successo, in realtà, è un fenomeno che i gli esperti del folklore chiamano meta-folklore, vale dire una concatenazione di una leggenda che parla di un'altra leggenda, destinata a sopravvivere non perché sia vera ma perché è più affascinante della verità. Ci piace credere che dietro un gioco da bambini si nasconda un ricordo oscuro. La spiegazione più credibile è molto meno gotica, ma non meno interessante. Nell'Ottocento, in molte comunità protestanti anglosassoni, in Gran Bretagna e in Nord America, il ballo era considerato peccaminoso e formalmente vietato. Gli adolescenti trovarono un modo elegante per aggirare il divieto: i cosiddetti play-party, giochi in cerchio identici nella struttura a una danza da sala, ma privi di musica strumentale e cantati a cappella. Bastava chiamarli "giochi" invece che "balli", e la proibizione non si applicava. Da lì, anche i bambini più piccoli iniziarono a impossessarsene, semplificandoli. Il girotondo che conosciamo oggi discende probabilmente proprio da questa tradizione: la caduta finale, il "tutti giù per terra", non è una citazione di morte ma una penitenza scherzosa, il momento in cui la catena si rompe e il gioco ricomincia. Molte culture hanno varianti simili nate dallo stesso meccanismo: canto in cerchio, niente strumenti, un momento finale di rottura o inchino. Sono giochi nati in epoche e lingue diverse ma dalla stessa esigenza: far muovere i corpi dei bambini insieme, con un ritmo condiviso, senza bisogno di nient'altro che una voce e un cerchio di mani. Ovvio il paradosso: un gioco nato per aggirare un divieto adulto rischia oggi di scomparire non per un divieto, ma per la semplice assenza di compagni con cui giocarlo. I dati raccontano una tendenza precisa. Tra il 2019 e il 2021 la quota di bambini italiani tra 6 e 10 anni che non praticava sport né attività fisica è salita dal 18,5% al 24,9%: quasi uno su quattro. Non è solo un problema di sport organizzato: un report britannico sul crollo del gioco libero segnala una riduzione drastica delle occasioni di gioco spontaneo per traffico, spazi urbani ridotti e minore autonomia di movimento dei bambini per le preoccupazioni dei genitori. Capita anche in Italia. Ma dietro le percentuali c'è qualcosa che i numeri non catturano bene. Il girotondo, come tutti i giochi in cerchio con filastrocca, è un gioco in tempo reale: richiede contatto fisico, un ritmo condiviso, l'attenzione costante all'altro per non spezzare la catena. Non si può fare da soli, e non si può fare guardando uno schermo. Forse è per questo che quella scena rievocativa per strada mi è rimasta impressa più del previsto. Non era nostalgia per la mia infanzia o non solo. Era la sorpresa di vedere ancora funzionare, quasi per miracolo, un meccanismo culturale vecchio di due secoli: un gruppo di bambini, un cerchio, una voce sola che canta per tutti, e la stessa piccola penitenza finale che ha fatto ridere generazioni prima della mia. Non so se quei bambini sapessero di stare ripetendo un gesto ottocentesco nato per aggirare una proibizione. Ma la loro gioia in volto l’ho vista!