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22 set 2026

Il diavolo, le pentole e i coperchi

di Luciano Caveri

Lo so: talvolta eccedo in certi modi di dire. Eppure ce ne sono alcuni davvero insostituibili. Prendi questo: «Il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi».

Immagina una pentola dove si cuoce di nascosto qualcosa di losco. Il diavolo sa preparare l’intruglio, cioè il male, ma non il coperchio per tenerlo nascosto.

Il senso è semplice: le azioni cattive, prima o poi, vengono a galla. Chi le ha compiute non riesce davvero a coprirle. Non è una predica, ma pragmatismo: meglio non architettare nulla di malvagio o disonesto, perché prima o poi il colpo può ripercuotersi su chi l’ha pensato.

Nei proverbi il diavolo è spesso il male fatto persona, la voce degli istinti peggiori. Ti suggerisce la strada storta e poi ti lascia solo con le conseguenze.

Eppure c’è una cosa curiosa: parole nate per incutere terrore possono finire per muovere a commiserazione. Il diavolo è l’esempio perfetto. Come può il Male supremo trasformarsi nel «povero diavolo», quel disgraziato inoffensivo che compatiamo con un mezzo sospiro?

Per capire il cortocircuito bisogna tornare all’origine. Prima di essere il principe delle tenebre, il diavolo era, linguisticamente, un gesto d’intralcio. La parola viene dal greco diábolos, da diabállein, composto da diá, «attraverso», «in mezzo», e bállein, «gettare». Il diavolo è dunque colui che getta qualcosa in mezzo per dividere: il calunniatore, l’istigatore, la forza che rompe l’armonia di una comunità.

I traduttori della Bibbia greca dei Settanta usano diábolos per rendere l’ebraico satan, l’avversario, l’accusatore. Così il divisore diventa l’Accusatore per antonomasia e, nella tradizione cristiana, la personificazione del Male: colui che separa, seduce, tenta e corrompe.

Ma prima che la letteratura lo trasformi in una figura ironica o malinconica, c’è Dante. Nella Divina Commedia, il Diavolo è il centro immobile dell’Inferno, il punto più basso dell’universo morale e fisico. Lucifero è confitto nel ghiaccio di Cocito, gigantesco e mostruoso, con tre facce che parodiano la Trinità. Nelle sue tre bocche mastica eternamente Giuda, Bruto e Cassio. Eppure non parla, non seduce, non argomenta. È una creatura enorme e impotente, condannata a muovere le ali senza poter fuggire dal ghiaccio che contribuisce a formare. Agita le ali per liberarsi e rende più profonda la propria prigione.

Il Male assoluto, in Dante, non è una forza creatrice, ma una deformazione sterile del bene: non inventa, imita, rovescia e distrugge. Lucifero non è il rivale di Dio, ma una creatura sconfitta, inchiodata alla propria ribellione. Quando Dante e Virgilio superano il centro della Terra e cominciano a risalire, il mondo si rovescia e il Diavolo resta alle loro spalle. Il male, per quanto terribile, non è l’ultima parola: è un ostacolo da attraversare, non il destino definitivo dell’uomo.

Con l’Umanesimo, la paura lascia spazio anche all’ironia. Nel Belfagor arcidiavolo di Machiavelli, un demonio viene mandato sulla Terra per verificare se il matrimonio sia davvero la causa di tutte le disgrazie. Belfagor prende moglie a Firenze, finisce sommerso dai debiti e viene costretto da un contadino furbo, Gianmatteo, a fuggire verso l’Inferno. Il diavolo non è più soltanto una forza terrorizzante: può essere messo in difficoltà e sconfitto dall’astuzia degli uomini.

Nel Novecento Dino Buzzati riprenderà questa strada con diavoli mimetizzati nella burocrazia cittadina, stanchi e malinconici, travolti da nevrosi molto umane.

All’estero il demonio diventa uno specchio delle contraddizioni dell’uomo. Nel Faust di Goethe, Mefistofele è il Male che tenta, ma anche la forza della negazione, capace di mettere in discussione ciò che l’uomo crede di sapere e di essere.

Il capolavoro della metamorfosi è forse Il Maestro e Margherita di Bulgakov. Woland è Satana nella Mosca sovietica degli anni Trenta: attraverso il grottesco e il soprannaturale smaschera avidità, ipocrisia e mediocrità. Possiede persino un codice d’onore e mostra pietà per gli innamorati e i perseguitati. Il Male diventa così, paradossalmente, lo strumento attraverso cui il male degli uomini viene messo a nudo.

Quando oggi diciamo di qualcuno che è un «povero diavolo», non strizziamo l’occhio al Male. La lingua riconosce nell’altro la fragilità di chi è caduto, è rimasto sconfitto o non ce l’ha fatta. Colui che era nato per dividere gli uomini finisce per accomunarli nella stessa fragile sorte.

Il Diavolo appartiene però anche alla storia delle religioni. In forme diverse, molte tradizioni hanno conosciuto figure legate al male, alla tentazione, al disordine o all’avversario. Non coincidono tutte con il Diavolo cristiano, ma svolgono spesso una funzione simile: ricordare che il Male è una possibilità sempre incombente.

È un segnale lungo il cammino: la strada non è tutta illuminata; esistono tentazione, violenza, odio, inganno e sopraffazione. Il male non riguarda soltanto gli altri. Forse è per questo che il Diavolo continua a sopravvivere anche come personaggio letterario, caricatura, metafora o «povero diavolo». Al di là di ogni professione di fede, resta il monito che le religioni hanno consegnato agli uomini: il Male esiste come possibilità, e dimenticarsene può essere pericoloso.