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23 set 2026

La maschera e lo specchio

di Luciano Caveri

Dopo tanti anni di vita (per fortuna!), uno tira le somme. Tutto può essermi tolto, ma il bagaglio delle esperienze no: quello è mio, e nessuno può portarmelo via. Così come ci ho sempre tenuto a restare me stesso.

La letteratura, infatti, è piena di maschere, di camuffamenti, di finzioni. La logica è sempre la stessa: mostrarsi diversi da quello che si è. Pirandello ne ha fatto il cuore della sua opera, fino a un titolo che è già una diagnosi: Uno, nessuno e centomila. Ognuno di noi è uno per sé, centomila per gli altri, e rischia di diventare nessuno se si perde tra i ruoli.

Wilde, in The Critic as Artist, sostiene che l'uomo è meno se stesso quando parla in prima persona, mentre con una maschera dice la verità. Ma è un paradosso da salotto: la maschera libera la lingua, non l'anima.

Seneca, nel De clementia, era più realista: nessuno può portare a lungo una maschera, perché ciò che è finto presto ricade nella sua natura.

Gli antichi ci avevano avvertiti. Sul tempio di Delfi stava scritto "Conosci te stesso", e Pindaro spingeva oltre: "Diventa ciò che sei". Shakespeare fa dire a Polonio, nell'Amleto, di essere fedele a se stessi. Lo dice un cortigiano tutt'altro che limpido, ma la frase è sopravvissuta a lui e ai suoi intrighi ed è un buon viatico da adoperare.

Io non ho la pretesa di essere stato un modello. Con tutti i miei difetti, ho sempre cercato di essere quello che sono e credo che questo conti. Essere sinceri non vuol dire essere perfetti: vuol dire guardarsi allo specchio senza problemi. È un esercizio che non tutti possono fare, perché chi ha vissuto a lungo dietro una maschera spesso non riconosce più il volto che c'è sotto.

Confesso che questa scelta mi è costata. Ho perso amicizie e, in politica, anche alleanze, quando ho scoperto chi faceva il doppio gioco, chi diceva una cosa e ne faceva un'altra, chi remava contro fingendo il contrario. Dante i traditori li aveva messi in fondo all'inferno, nel ghiaccio di Cocito. Non ho chiuso quelle porte per rancore, ma per coerenza.

Essere se stessi costa qualche simpatia in meno, qualche alleanza saltata. Ma è l'unico investimento che non si svaluta mai, vada come vada. Poi il tempo ha fatto il suo lavoro, da galantuomo. Certi giochini non reggono agli anni, e molti sono stati travolti dagli eventi che avevano contribuito a creare.

Un antico detto, attribuito ora a Sun Tzu, ora a Confucio, dice che basta sedersi sulla riva del fiume per veder passare il cadavere del proprio nemico. Io la penso diversamente: non auguro a nessuno di finire così: niente cadavere, per carità! Ma sedermi sulla riva e veder passare, una dopo l'altra, quelle persone e i loro travestimenti finisce per riconciliarmi con la vita.

Certo, ormai non cambio più, e non solo per una questione di età o di abitudini. Lo faccio per una convinzione profonda: l'etica, la morale e tutto ciò che ci forma non sono parole al vento, né lezioncine a cui richiamarsi per posa. Sono questioni profonde che devono ancorarci alla realtà. Senza di esse saremmo fantocci o, peggio ancora, burattini: mossi da altri, vuoti dentro, pronti a piegarci a ogni filo che qualcuno decida di tirare.

Resta sempre importante la coerenza con ciò che siamo e così ci si può ancora guardare allo specchio senza abbassare gli occhi.