Utilizziamo i cookie per personalizzare i contenuti e analizzare il nostro traffico. Si prega di decidere se si è disposti ad accettare i cookie dal nostro sito Web.
02 ott 2026

Il dovere di non rimandare

di Luciano Caveri

"Fare le cose senza perdere tempo." È uno dei precetti che mio padre mi ha instillato da bambino, e che col tempo si è rivelato una vera lezione di vita. Lo seguo ancora oggi, anche perché ho imparato a mie spese cosa succede quando non lo faccio: ciò che resta in sospeso mi frulla per la testa e diventa ansia da prestazione.

Questa forma mentis, forse un po' esagerata, l'ho inevitabilmente trasferita a chi ha lavorato con me. Con chi la condivideva ho avuto ottimi risultati. Con chi si muove in modo opposto, qualche delusione. Perché esiste una figura che conosciamo tutti: il procrastinatore.

L'origine del termine è più trasparente di quanto si pensi. Procrastinare viene dal latino procrastināre, formato da pro-, che indica movimento in avanti, e crastinus, "di domani", derivato dall'avverbio cras, "domani". Procrastinare significa dunque, alla lettera, spingere in avanti, portare al giorno dopo.

. Il verbo è entrato in italiano per via dotta e per molto tempo è vissuto nel linguaggio letterario e in quello burocratico-giuridico, dove indicava il differimento di un termine o di una scadenza. Solo più tardi è passato alla lingua di tutti i giorni, con un significato più personale: rinviare, per abitudine, impegni, decisioni e attività.

Confesso che per anni ho guardato al procrastinatore con una certa severità. Per me era semplice: se una cosa va fatta, si fa. Chi la rimanda è pigro, disorganizzato, poco professionale. Era il mio modo di leggere il mondo, e non ho mai avuto molti dubbi. Poi ho iniziato a osservare meglio, e a osservare anche me stesso. Perché i comportamenti sono più simili di quanto pensiamo. Lasciare un lavoro all'ultimo minuto, rifugiarsi nello scrolling o improvvisamente nelle pulizie di casa, perfino rimandare il sonno per recuperare le attività che non abbiamo fatto durante il giorno: sono forme diverse dello stesso modo di essere. Anch'io, in qualche sera, ho fatto qualcosa di molto simile, e non ero certo pigro.

Le ricerche più recenti mi hanno dato ragione a metà e torto per il resto. Oggi la procrastinazione viene studiata meno come un problema di gestione del tempo e più come una forma di regolazione emotiva. Davanti a un compito associato a stress, noia, paura di fallire o perfezionismo, evitarlo procura un sollievo immediato. Non si rimanda perché non si sa organizzarsi: si rimanda perché in quel momento fa meno male. Non è un fenomeno marginale: alcune stime dicono che riguardi fino a una persona su quattro. Eppure solo di recente gli scienziati hanno iniziato a capirne le vere cause e i possibili rimedi. Secondo alcune ricerche, esisterebbe perfino un circuito cerebrale che frena l'azione quando anticipiamo qualcosa di spiacevole.

Il paradosso è che il sollievo dura poco. Evitare il compito non fa sparire il disagio: ci aggiunge il senso di colpa e un nuovo carico di stress, e il cerchio si chiude su se stesso. C'è poi un dettaglio che conosco bene, perché è esattamente quello che mi succede quando qualcosa resta in sospeso: decidere e ridecidere se iniziare costa energia. Ogni volta che ci diciamo "ora comincio, no aspetta, dopo", il peso dello sforzo cresce, anche prima di aver fatto qualunque cosa.

Rimandare ha un prezzo, e non è solo questione di scadenze. Le incombenze lasciate aperte continuano a occupare spazio mentale, ed è proprio quel "frullare per la testa" di cui parlavo all'inizio. Quando lo stress diventa cronico, può arrivare a compromettere la salute, mentale e fisica. Alcuni studi hanno associato la procrastinazione ad ansia, stress e solitudine, e in certi casi l'hanno indicata come predittore di una futura depressione.

Detta così, la mia ansia da prestazione, che per tanto tempo ho considerato quasi un difetto, assume un'altra luce. Forse era il mio modo di non pagare quel conto. Ma ho capito anche che è una soluzione a metà: l'ansia di fare non è per forza meglio dell'ansia di aver rimandato.

Cosa consigliano allora gli esperti? Anzitutto, una cosa che a me riesce poco: non rimproverarsi. Il senso di colpa non aiuta, anzi alimenta il problema. Poi, abbassare la soglia d'ingresso: cominciare con un gesto minimo, aprire il documento, scrivere una sola riga, rende il compito meno intimidatorio e spesso genera da solo la motivazione per continuare. Sono allo studio anche esercizi mentali e di mindfulness, attività fisica e una migliore regolazione dell'alimentazione.

Ripenso a quella frase di mio padre, "senza perdere tempo". Forse non voleva dire fare tutto subito e con ansia. Forse voleva dire: comincia, anche poco, e non lasciare che il domani diventi la tua casa.