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04 ott 2026

Jeunesse Valdôtaine: memoria, libertà, responsabilità

di Luciano Caveri

Ho partecipato alla manifestazione per gli 80 anni della Jeunesse Valdôtaine, un'occasione per condividere alcuni pensieri, che qui riassumo nel rivolgermi ai giovani.

Il tempo sposta inevitabilmente la centralità di ciascuno di noi. Arrivano altre generazioni, con altri linguaggi, altre sfide, altre sensibilità. Pretendere che il mondo giri ancora intorno alle nostre stagioni significa non capire nulla del cambiamento. Il ruolo di chi ha vissuto a lungo non è occupare il centro della scena, ma illuminare per un istante il cammino di chi vi entra. Siamo un ponte tra le generazioni.

La Storia, però, rimane. La Jeune Vallée d'Aoste non è nata per celebrare una tradizione, ma perché dei giovani hanno voluto riflettere sul futuro della loro comunità mentre la libertà politica veniva soffocata. Negli anni Venti, impegnarsi in un'organizzazione autonomista e democratica non era un modo per coltivare un'identità folkloristica: era già una scelta politica. Quei giovani non avevano un manuale e non sapevano come sarebbe finita: dovevano immaginare un futuro che non esisteva. Essere giovani in una comunità politica significa forse questo: non solo ricevere una storia, ma avere il coraggio di porle nuove domande.

Nel 1923 nasce un primo gruppo di giovani regionalisti attorno a Joseph-Marie Alliod; nel 1926 la Jeune Vallée d'Aoste prende forma con Joseph-Marie Trèves ed Émile Chanoux. Nasce anche da una frattura politica. Anselme Réan, grande figura dell'autonomismo, aveva sperato che il fascismo rispondesse alle rivendicazioni valdostane e aveva ricevuto da Mussolini rassicurazioni sul rispetto delle particolarità linguistiche e culturali. Bisogna sempre diffidare! Le promesse si scontrarono con la realtà: il regime attaccò le istituzioni, il francese, le scuole di villaggio, la stampa, la toponomastica, tutto ciò che esprimeva una differenza valdostana. Persino la bataille des reines!

Chanoux e i suoi compagni compresero che l'identità valdostana non si poteva difendere appoggiandosi a un regime nemico del pluralismo. Non lo ricordo per giudicare un uomo che ebbe un ruolo essenziale, ma perché una nuova generazione seppe trarre le conseguenze dai fatti. Vale ancora una regola semplice: in politica bisogna guardare non solo alle promesse, ma agli atti. Eviterei però una lettura facile che contrapponga giovani e anziani: c'era chi possedeva esperienza, memoria e relazioni, e chi portava un'energia nuova e un altro sguardo sul futuro.

Poi la dittatura si fa più feroce, arrivano le leggi razziali e soprattutto la guerra, con il nazismo come alleato. Dopo l'8 settembre 1943 diversi valdostani, tra cui molti giovani, si uniscono alla Resistenza. Dietro parole ormai quasi monumentali, come partigiani, clandestinità e montagne, c'erano ragazzi e ragazze di vent'anni, con genitori, amici, amori, progetti. Avevano paura. Eppure alcuni scelsero di correre rischi enormi, perché certe circostanze non permettono di restare spettatori. La montagna diventa uno spazio politico: salire significava scegliere. Per questo chiedo ai giovani: quali sono oggi le montagne su cui vale la pena salire? Per me sono la democrazia, la libertà, l'autonomia, la difesa delle minoranze, l'Europa, la protezione dell'ambiente montano, la libertà di stampa, la qualità del dibattito pubblico. Richiedono, come ieri, coraggio e costanza.

Qui ritorna Chanoux, riferimento per Séverin Caveri e per i fondatori del nostro Movimento, in un mondo unionista ricco di personalità, amministratori e giovani che, come me, a un certo punto invecchiano. Fu un giovane uomo del suo tempo, che rifletteva, discuteva, cercava, e che dovette decidere in circostanze estreme, fino alla scelta terribile di morire per la causa valdostana. Non ci ha lasciato risposte valide per sempre, ma un metodo di pensiero, una concezione della libertà, dell'autonomia, della democrazia e soprattutto la forza del federalismo. Spetta a noi applicarlo al nostro tempo.

Il 10 gennaio 1946 si riunisce il primo Consiglio della Valle: venticinque persone, tra chi aveva una lunga esperienza politica e chi aveva vissuto clandestinità e Resistenza. Non un'assemblea di giovani né di anziani, ma un incontro di generazioni, con la memoria degli uni e l'energia degli altri. È una lezione ancora valida: l'esperienza non deve diventare rendita di posizione, la gioventù non deve diventare pretesto per disprezzarla. Una comunità politica ha bisogno di chi sa da dove viene e di chi vuole sapere dove va.

L'autonomia non è mai finita: se lo fosse, diventerebbe un museo. Era vero negli anni Venti, durante la Resistenza, nel 1945 con la nascita del nostro Movimento, nel 1946 con le prime istituzioni autonomiste, ed è vero oggi. Voi vivete in una Valle molto diversa da quella di Chanoux. Cambiano l'Europa, le lingue, la montagna sotto l'effetto del clima, mentre rivoluzione digitale e intelligenza artificiale trasformano informazione, lavoro e democrazia. L'autonomia non è solo un insieme di competenze amministrative: deve permettere a una comunità di decidere di più del proprio futuro, proteggere le proprie peculiarità restando aperta agli altri, partecipare all'Europa, costruire il proprio modello di sviluppo.

Non ho ricette, ma domande. Che Valle d'Aosta volete tra venti o trent'anni? Quale rapporto tra autonomia ed Europa? Come difendere il francese in una società più plurilingue e mobile? Quale politica per la montagna di fronte al cambiamento climatico? Come far vivere la democrazia nell'epoca di social, algoritmi e intelligenza artificiale? Come contrastare la polarizzazione che trasforma l'avversario in nemico? Come affrontare crisi demografica e immigrazione? Servono giovani interessati non solo alle idee ma all'azione, che accettino di lavorare nel tempo, leggano, discutano, non confondano la fedeltà con l'obbedienza e sappiano che l'autonomia non è un privilegio di nascita, ma una responsabilità collettiva.

Chi ha costruito le prime istituzioni autonomiste non ci è più, ma ci ha lasciato una responsabilità: non quella di riprodurre la loro epoca o ripetere i loro slogan, ma la libertà di continuare con il coraggio di cambiare ciò che deve essere cambiato. Vi lascio tre parole: memoria, libertà, responsabilità. La memoria, per sapere da dove veniamo. La libertà, per non dare mai per scontato ciò che altri hanno pagato a caro prezzo. La responsabilità, perché il futuro dell'autonomia non sarà deciso da chi l'ha creata e coltivata nel secolo scorso.

Concludo con una sfida: imporre a Roma un nuovo Statuto speciale, più forte in poteri e competenze, che tenga conto delle evoluzioni e delle necessità attuali di fronte ai rischi di uno Stato invasivo e talvolta, come mostrano alcune inchieste giudiziarie, minaccioso. In certi settori economici esistono logiche al limite del colonialismo, e mai il principio dei maîtres chez nous ha avuto tanto senso: tenere nelle nostre mani le scelte strategiche per il nostro futuro. Non è ripiegamento né autarchia, ma l'esigenza che il popolo valdostano non subisca decisioni prese altrove, nel più totale disprezzo della democrazia.