Utilizziamo i cookie per personalizzare i contenuti e analizzare il nostro traffico. Si prega di decidere se si è disposti ad accettare i cookie dal nostro sito Web.
06 nov 2026

I pirati digitali

di Luciano Caveri

Quando mi fu affidata una delega sul digitale nella mia veste politica, scoprii ulteriormente un mondo che già aveva accompagnato qualche decennio precedente della mia vita. Ero all’inizio, lo scrivo con una vena ironica, un essere umano analogico, e mi sono trovato travolto all’inizio dell’età adulta da quello tsunami che oggi chiamiamo digitale e che agli esordi oscillava fra elettronica e informatica.

Nessuna generazione, credo, quanto la mia, da buon boomer, ha sentito la terra scappare sotto i piedi davanti a scenari così nuovi da non permettere mai di fermarsi. Toccava e tocca ogni volta istruirsi e ingegnarsi per non finire desueti e malinconici nella propria inadeguatezza. E quando devi occuparti di scelte tecniche che finiscono per essere politiche, immerso in un mondo di esperti autoreferenziali, di difficile interpretazione già a partire dal lessico iniziatico, non hai alternative: ti tiri su i pantaloni e studi. Mi illudo di averlo fatto bene e anche oggi cerco di capire le evoluzioni da privato cittadino che non demorde, osservatore di una realtà che cambia ciascuno di noi e, gradino dopo gradino, il mondo intero e l'umanità di cui siamo parte.

Fra i tanti filoni possibili, la cybersicurezza mi ha appassionato più di altri. Prima per le responsabilità vere e proprie che avevo nel mio incarico elettivo, poi perché mi pareva di aver colto la pericolosità dell'interconnessione. La sostanza sta nella permeabilità dei sistemi e nell'uso criminale di certe possibili invasioni, fatte di ricatti e di distruzioni.

Non è un rischio astratto, nemmeno per una piccola regione come la Valle d'Aosta, dove abbiamo conosciuto i pericoli portati dai famosi hacker russi, che cercano informazioni e si divertono a bucare i sistemi per fare del male. Da membro del Comitato delle Regioni avevo discusso la relazione di un collega sui rischi di intrusione nelle banche dati e nei fascicoli sanitari degli ospedali europei, con blocchi veri e propri risolvibili solo pagando un riscatto. Dietro quei dati ci sono persone malate, terapie, interventi, e un blocco informatico può avere un costo che non si misura in euro.

In questi giorni, poi, è arrivato un salto di qualità. Preciso che le mail di ieri che hanno segnalato un allarme bomba in alcuni aerei nei cieli europei non c’entrano. Ben diverso, invece, l’attacco ha colpito i frigoriferi della grande distribuzione in Europa, mettendo gli impianti in modalità defrost, quella che alza la temperatura per sciogliere il ghiaccio. Dopo un'ondata in Francia a ottobre, il sabotaggio si è esteso a Belgio, Lussemburgo e Svezia, e poi, secondo le ricostruzioni, anche a Estonia, Paesi Bassi e Irlanda. Nel mirino non c'erano i dati dei clienti o i sistemi di pagamento, ma le centraline che regolano banchi, celle e congelatori: da circa meno 27 gradi si è arrivati fino a 50 sopra lo zero. In Belgio, l'attacco è partito intorno alla mezzanotte tra domenica e lunedì e ha colpito frigoriferi e congelatori di decine di negozi, mentre Ikea ha dovuto rimuovere per precauzione alcuni alimenti dai propri frigoriferi. Il commissario europeo ha parlato di attacco alla catena di approvvigionamento alimentare.

L'Italia non è stata risparmiata. A Sassari sono stati colpiti due punti vendita della catena Viro, con temperature dei banchi salite fino a circa 15 gradi, e sul caso indaga la polizia postale. Episodi analoghi sono stati segnalati a Catania, Palermo e in Abruzzo. Palazzo Chigi ha parlato di un impatto limitato nel nostro Paese e l'Agenzia per la cybersicurezza nazionale ha intensificato il monitoraggio, richiamando distribuzione, logistica alimentare, refrigerazione industriale e società di manutenzione alle misure già raccomandate a ottobre.

Sull'identità degli autori restano aperte due ipotesi: il lupo solitario o un'operazione di Stato, cioè la guerra ibrida di Putin. Ancora più inquietante è il caso della Francia. Nella notte tra l'1 e il 2 novembre sono stati compromessi i sistemi di supervisione di Coolworld, fornitore di frigoriferi dell'Établissement français du sang, dove è conservato plasma congelato destinato alle trasfusioni. Stando alle rivelazioni del Canard enchaîné, le camere fredde, che mantengono i campioni a meno 30 gradi, erano state programmate per raggiungere i 110. Per fortuna, qui la storia ha un finale meno tragico di quanto potesse essere: il ministero della Salute e l'EFS hanno confermato l'attacco senza alcun impatto sanitario, e non risultano perdite di prodotti ematici. Va precisato, e non è un dettaglio, che a essere compromessi non sono stati direttamente i presìdi medici, ma i sistemi di manutenzione di terzi che controllano la temperatura dei congelatori. È la lezione più preoccupante di tutte: l'anello debole può stare in una società fornitrice di cui nessuno, fuori dal settore, conosce il nome.

Sono esempi di azioni malvagie moltiplicabili in mille settori. Trasporti, reti energetiche, banche dati, tribunali: tutto ciò che è connesso può essere violato. E in questo scenario l'intelligenza artificiale, abilmente pilotata, può fare ancora peggio. Può rendere gli attacchi più rapidi, più mirati, più difficili da riconoscere. Può spingersi fin dentro la sfera familiare di ciascuno di noi, con truffe costruite su misura, voci clonate, identità contraffatte, ricatti che sanno tutto di noi perché a quelle informazioni si è potuto accedere.

Che fare, allora, contro i pirati digitali? Non servono né il catastrofismo né la nostalgia dell'analogico, che sarebbe peraltro una nostalgia di comodo. Servono tre cose, più culturali che tecniche.

La prima è considerare la sicurezza informatica un'infrastruttura di base, al pari di strade, acquedotti e reti elettriche, e non un costo da comprimere nei bilanci. Chi governa ospedali, enti locali, aziende alimentari e servizi essenziali deve investire in prevenzione, aggiornamenti e formazione del personale, e deve guardare anche alla sicurezza dei propri fornitori, perché l'anello debole è quasi sempre umano o esterno: una password banale, un allegato aperto per distrazione, un aggiornamento rimandato, un sistema di manutenzione da remoto lasciato senza protezione.

La seconda è la cooperazione. Gli attacchi non conoscono confini, come dimostra la loro propagazione in pochi giorni da un Paese all'altro e le risposte nazionali isolate non bastano. Condivisione tempestiva delle informazioni, standard comuni a livello europeo, capacità di reazione coordinata e di sostegno reciproco sono l'unica difesa credibile. Il piccolo ente locale, con pochi mezzi e pochi tecnici, non può essere lasciato solo davanti a chi dispone di organizzazioni criminali o di apparati statali alle spalle.

La terza riguarda la politica ed è quella che mi sta più a cuore. Chi decide deve imparare a capire, senza delegare ciecamente a esperti autoreferenziali il cui linguaggio rende opache scelte che toccano la vita dei cittadini. Non si chiede a un amministratore di diventare ingegnere, ma di padroneggiare i fondamenti quanto basta per fare le domande giuste e pretendere risposte comprensibili. Una democrazia non può permettersi decisori che annuiscono senza comprendere: chi lo fa rinuncia, di fatto, a governare.

Ho imparato che il mondo digitale non si ferma e che chi si ferma resta indietro. Ma ho imparato anche che la tecnologia, da sola, non è né buona né cattiva: lo diventa per le scelte che l'accompagnano e per l'uso che se ne fa. Un freezer che si scongela per mano di un hacker ci ricorda quanto la nostra vita quotidiana dipenda da fili invisibili, tesi fra una scrivania e l'altra del pianeta. Sta a noi, cittadini e agli amministratori, decidere se tenerli saldi o lasciarli alla mercé del primo malintenzionato.