Barbero nel mirino

Alessandro Barbero è il Piero Angela della Storia e, a differenza di Alberto, figlio di Angela che è anche lui divulgatore in campo storico, Barbera ha una solida carriera accademica e non ha altri che scrivano per lui. È tutta farina del suo sacco, come nel caso degli studi sul Medioevo valdostano di cui è acuto e brillante indagatore e lo ha mostrato in libri e anche incontri pubblici in cui sfoggia una straordinaria facondia.
L’ho intervistato alcune volte in radio e la sua lucidità si accompagna alla capacità di esporsi senza fare il piacione. Dire pane e vino al vino crea invidia e immagino che in un ambiente intellettuale spesso ipocrita questa sincerità esponga Barbera a critiche,sapendo tra l’altro che politicamente milita e lo dice lui stesso molto molto a sinistra.
Personalmente lo leggo e lo ascolto con piacere, pur non essendo sempre d’accordo in occasioni di sue incursioni nella cronaca non ancora storicizzata, com’è avvenuto per il suo recente no al Green pass, quando ha trattato il tema con eccessiva leggerezze.
Ora una sua nuova sortita gli ha procurato parecchie polemiche e ciò è avvenuto con un’intervista di Silvia Francia su La Stampa in cui presentava un ciclo di conferenze a Torino sul tema già evidentemente delicato “Donne nella storia: il coraggio di rompere le regole”. Tre incontri centrati su tre figure emblematiche: Caterina di Russia, madre Teresa di Calcutta e Nilde Iotti. Incidentalmente devo dire, ma c’entra poco, che la Iotti l’ho conosciuta bene perché l’ho molto frequentata alla Camera dov’era Presidente. Mentre Caterina di Russia l’ho studiata a fondo all’Università, mentre di madre Teresa di Calcutta ho letto parecchio e dovessi dire non mi è mai piaciuta per contraddizioni gravi che dimostrò nella sua vita.
A un certo punto la giornalista chiede al suo intervistato: “Barbero, arrivando a oggi, come mai, secondo lei, le donne faticano tanto non solo ad arrivare al potere, ma anche ad avere pari retribuzione o fare carriera?”
Risposta: ”Premesso che io sono uno storico e quindi il mio compito è quello di indagare il passato e non presente o futuro, posso rispondere da cittadino che si interroga sul tema. Di fronte all’enorme cambiamento di costume degli ultimi cinquant’anni, viene da chiedersi come mai non si sia più avanti in questa direzione. Ci sono donne chirurgo, altre ingegnere e via citando, ma a livello generale, siamo lontani da un’effettiva parità in campo professionale. Rischio di dire una cosa impopolare, lo so, ma vale la pensa di chiedersi se non ci siano differenze strutturali fra uomo e donna che rendono a quest’ultima più difficile avere successo in certi campi. E’ possibile che in media, le donne manchino di quella aggressività, spavalderia e sicurezza di sé che aiutano ad affermarsi? Credo sia interessante rispondere a questa domanda. Non ci si deve scandalizzare per questa ipotesi, nella vita quotidiana si rimarcano spesso differenze fra i sessi. E c’è chi dice: “Se più donne facessero politica, la politica sarebbe migliore”. Ecco, secondo me, proprio per questa diversità fra i due generi”.
Lo incalza la giornalista:
“Non pensa che un mondo storicamente dominato dai maschi – con le caratteristiche di cui lei parla – opponga resistenza all’ascesa delle donne e tenda ancora a escluderle dai ruoli di comando, a ostacolarle in modo più o meno esplicito?”
Risposta di Barbera: ”Se così è, allora è solo questione di tempo. Basterà allevare ancora qualche generazione di giovani consapevoli e la situazione cambierà”.
Apriti cielo! Queste sue osservazioni sono diventate per una parte del mondo femminile una pietra dello scandalo e Barbero si è trovato così in fretta al centro di una fervente polemica e oggetto di “j’accuse” di vario grado con accuse che sono andate dalla stupidità alla misoginia.
A me sembra, invece, che abbia con detto, forse con un uso di parole non azzeccatissime ma era un’intervista, una cosa non offensiva e cioè che il mondo femminile, con la sua capacità di non seguire schemi mentali maschili, resta osteggiata in un mondo maschile ancora profondamente segnato da pregiudizi verso il genere femminile. Se gli spazi reciproci venissero solo regolati da un addossarsi di parte del mondo femminile al modo di essere maschile ciò snaturerebbe l’originalità femminile e quella complementarietà uomo-donna che ci arricchisce, ciascuno e ciascuna con le proprie caratteristiche. Barbero per me non ha offeso nessuno, ma ha detto il suo pensiero accendendo un dibattito interessante e chi lo ha aggredito ha sbagliato e lo ha fatto in una logica di militanza femminista aggressiva e - lo scrivo per capirci - così tristemente maschile.

La memoria come una farmacia

La narrativa distorta dei 'no-vax' in un cartello ad AostaMarcel Proust, che sulla memoria ha costruito parte del suo successo di romanziere, ha scritto: «Nous trouvons de tout dans notre mémoire. Elle est une espèce de pharmacie, de laboratoire de chimie, où on met au hasard la main tantôt sur une drogue calmante, tantôt sur un poison dangereux».
Ci pensavo rispetto alla prova della pandemia, che ci ha posti di fronte ad un passaggio della nostra vita inaspettato e doloroso. In quei giorni di confino in casa e nella sensazione di una socialità azzerata giocarono di certo come elemento consolatore le memorie della nostra vita. Si rivalutavano i momenti belli, i luoghi visitati, l'affetto delle persone care evocate per rompere l'assedio del virus con l'uso dei collegamenti video.
Al contrario ora che piano piano - grazie a noi vaccinati - riscopriamo certe libertà ne godiamo a pieno proprio perché la memoria serve a ricordare quei momenti cupi in cui la malattia colpiva intorno a noi in un clima generale di apprensione e spesso di paura. L'altro giorno ad Annecy ci siamo ritrovati con quei colleghi e amici francesi con cui abbiamo condiviso parecchie videoconferenze con i visi coperti dalle mascherine in un ambiente surreale da film di fantascienza. E' stato bello scoprire i nostri volti e i nostri sorrisi seduti a tavola in un momento cameratesco quasi infantile per la semplicità dell'evento divenuto esemplare della ripartenza attraverso gesti smarriti come una stretta di mano.
Le generazioni prima della mia avevano vissuto la cupezza ed i dolori delle Guerre mondiali, fonti tragiche di momenti difficili, di cui sono state fronte preziosa di ricordi per non dimenticare e non ripetere. Noi nati nel dopoguerra in questa Europa che ha saputo vivere in pace non avevano mai vissuto una rude prova collettiva ed eravamo impreparati a vicende come quelle che ci siamo purtroppo trovati a vivere. In molti portano ancora il peso psicologico di certo smarrimento ed altri le conseguenze fisiche che solo degli irresponsabili possono ritenere una sorta di macchinazione, profittando, tra l'altro, di quelle norme sulla privacy che nascondono l'identità di chi, in servizi pubblici essenziali, crea danni contro i suoi simili.
Mai prima della pandemia avrei pensato a certe privazioni di libertà, alle vaccinazioni di massa come chiave per ritrovare la normalità, a quel cortocircuito fra politica e scienza che si è evidenziato, al sorgere di fenomeni di rifiuto del vaccino fatto - lo ripeto perché fonte di sincera angoscia - di superstizioni e settarismo.
Al contrario, però, ho visto la reazione civile di chi ha resistito, di chi si è impegnato per gli altri, di chi non ha perso la speranza e ha fatto il suo dovere di cittadino, guardando al futuro in certi momenti cupi. Una lezione da non dimenticare perché bisogna sempre avere esempi buoni assediati come siamo da un'informazione spesso bislacca che evoca più facilmente le notizie negative e sottostima il bene.
Chi ci fa venire in mente questa citazione del sociologo Francesco Alberoni? «Il portatore di cattive notizie è, nel profondo, un pessimista, uno scettico che non crede negli esseri umani. Non crede nella bontà, non crede nella buona fede. Dovunque guardi scopre manipolazioni, intrighi, scopi disonesti. Quando viene accanto a voi e vi sussurra notizie di sventura e malignità, descrive solo ciò che ha visto. Nello stesso tempo sfoga il suo rancore verso di voi perché non siete diverso dagli altri. E, mentre vi manipola, pensa non vi meritiate nulla di meglio».

L'algoritmo che isola

Alcuni 'no-vax' che manifestano sotto Palazzo regionalePrendi un dizionario qualunque e cerchi "algoritmo". Trovi qualcosa del genere: «Con un algoritmo si tende a esprimere in termini matematicamente precisi il concetto di procedura generale, di metodo sistematico valido per la soluzione di una certa classe di problemi».
Se lo prendi da un altro lato ti imbatti in questo: «La parola algoritmo deriva dal nome del matematico Mohammed ibn-Musa al-Khwarizmi, che faceva parte della corte reale di Baghdad e che visse tra il 780 e l'850 circa. Questo matematico viene considerato tra i primi ad aver fatto accenno a questo concetto, con la scrittura del libro "Regole di ripristino e riduzione"».
Ma poi trovi un ulteriore passaggio, che ti avvicina infine a quanto vuoi esaminare: «Gli algoritmi sono ampiamente utilizzati in tutte le aree dell'IT (Information Technologies). Volendo fare un esempio di algoritmo in informatica, i motori di ricerca come "Google" sono basati proprio su questo concetto per poter rispondere quanto più coerentemente alla richiesta di un utente».

Senza frontiere

Le regioni di 'Alcotra'Basta aggirarsi in Savoia, divisa in due Département ed oggi annegata purtroppo nell'enorme macroregione Rhônes-Alpes-Auvergne, per avere una conferma banale: esistono non solo una storia ed una cultura comuni con la Valle d'Aosta dalla più profonda antichità ma anche le similitudini territoriali non sono cascami del passato, ma una realtà viva con i medesimi problemi da affrontare. Questo vale in realtà per tutte le Alpi, però resta chiaro come la vicinanza geografica resti un valore, anche se oggi le videoconferenze e le tecnologie digitali ci rendono tutti più vicini, quanto in passato era impossibile.
Negli anni Settanta, quando la Valle d'Aosta tentò dì aprire collaborazioni transfrontaliere, Roma intervenne con severità, ritenendo che si trattasse di "politica estera" e come tale in capo allo Stato. Negli anni Ottanta per fortuna prima la Convenzione di Madrid del Consiglio d'Europa aprì le prime finestre in materia e poi la Politica regionale di quella che oggi chiamiamo Unione europea spalancò le porte.

Condividi contenuti

Registrazione Tribunale di Aosta n.2/2018 | Direttore responsabile Mara Ghidinelli | © 2008-2021 Luciano Caveri