Oggi vado a scuola (con la fantasia)

Capisco che sono infantile, ma questa storia di certe date simboliche durerà per sempre e mi ci attacco come Linus alla sua coperta. Così il 1 ottobre è una macchina del tempo. Per. me fu sempre quello l’inizio dell’anno scolastico, tranne l’ultimo anno quando - per una legge dell’agosto del 1977 - la data fu spostata al 20 settembre,
Non ho, come certi amici, tanti ricordi di quand’ero piccolo, ma quel primo giorno di scuola del 1964 — e non avevo ancora sei anni -lo ricordo bene come una bolla di preoccupazione per quello che mi aspettava. Non avevo fatto l’asilo e dunque l’impatto era certo più impegnativo e per qualche mese trovai qualche scusa per restare qualche volta a casa, poi furono anni bellissimi in tutto il percorso della scuola sino alla Maturità (l’Università è cosa diversa). Compatisco i bambini che oggi vanno a scuola all’inizio di settembre, mese che per me era la fine delle vacanze e sentivi già quel misto fra nostalgia e languore in vista della ripresa delle lezioni e anche, in certi casi, degli esami di riparazione! Ero uno studente bizzarro che divorava i libri, ma certe materie mi mettevano l’orticaria e quando vedo i miei compagni delle elementari e delle medie (i coscritti) e quelli del Liceo si apre la saga degli episodi topici di infanzia e giovinezza. Che fastidio mi davano gli adulti che mi dicevano “goditi questi momenti irripetibili!” e oggi, tipo vecchio bacucco mi ritrovo, con orrore quando me ne rendo conto, a dire la stessa cosa ai giovani che incontro!
Eppure la scuola è importante e oggi mi sembra trascurata e nulla più del confinamento da COVID-19 di quest’anno, con la grottesca ma necessaria didattica a distanza, ha fatto capire a tutti la sostanza di questo servizio pubblico essenziale il suo ruolo enorme. Ci vogliono più risorse, più idee, più qualità e dobbiamo spazzar via l’idea che finisca per essere una specie di parcheggio, specie con l’obbligo scolastico a sedici anni. Troppe scuole in Valle, specie alcune professionali, sono diventate una specie di Bronx ed è inaccettabile, come lo è la sensazione che troppo spesso manchino le basi essenziali pure in chi finisce il percorso scolastico. E l’abbandono scolastico è una ferita non rimarginabile, pensando al piccolo campione di giovani che oggi abbiamo nell’abisso demografico in cui stiamo precipitando. Bisogna incanalare speranze, energie e vocazioni senza transigere e mirando in alto perché questo è il nostro futuro e, come dicono gli insegnanti appassionati, non si può accettare certa decadenza e l’accettazione di un minimo sindacale di cui contentarsi.
Resta il fatto che resto nel cuore un “remigino” da San Remigio, che il calendario fissava allora proprio il 1 ottobre, mentre ora è stato spostato - e sembra un triste presagio - al 13 gennaio, data sulla
morte nel 532. Un Santo interessante, arcivescovo di Reims all'età di ventidue anni, che riuscì, insieme a San Gildardo, a convertire il merovingio Clodoveo I, re dei Franchi, alla religione cristiana.
Imbattibile, ricordando quel primo giorno che ci bolla tutti, è in versi Gianni Rodari:
Suona la campanella / scopa scopa la bidella, q/ viene il bidello ad aprire il portone, / viene il maestro dalla stazione / viene la mamma, o scolaretto, / a tirarti giù dal letto… / Viene il sole nella stanza: / su, è finita la vacanza. / Metti la penna nell'astuccio, / l’assorbente nel quadernuccio, / fa la punta alla matita / e corri a scrivere la tua vita. / Scrivi bene, senza fretta / ogni giorno una paginetta. / Scrivi parole diritte e chiare: / Amore, lottare, lavorare.

Dolente Catalogna

Quim Torra'Ricordo un anno fa la prima sentenza a carico dei separatisti catalani promotori del referendum con il quale nel 2017 venne tentata la secessione della regione autonomista dalla Spagna. La condanna più pesante (tredici anni) venne inflitta ad Oriol Junqueras, uno dei leader dell'indipendentismo catalano tutt'ora in carcere; pene che variarono tra i nove ed i dodici anni per altri dodici politici protagonisti del tentativo di distacco di Barcellona da Madrid.
Condanne pesanti e ingiustificate, visto che tutto avvenne senza alcuna violenza e con un'ondata popolare di sostegno senza eguali. Una democrazia avrebbe accolto l'esito delle urne, mentre la Spagna ha scelto la galera in piena continuità con una logica franchista contraria al principi sacrosanti dell'autodeterminazione dei popoli. Il silenzio costante dell'Unione europea, complice di Madrid, mi lascia ancora esterrefatto e deluso. Fa sorridere ora il goffo tentativo del Governo spagnolo che annuncia il lungo iter di un indulto per i condannati: una farsa, se non fosse una tragedia.
Ora, in più, la Corte Suprema spagnola ha confermato la condanna ad un anno e mezzo di interdizione dalle cariche pubbliche per il presidente della Generalitat catalana, Quim Torra, accusato di "disobbedienza" per essersi rifiutato di rimuovere, durante il periodo elettorale, gli striscioni a sostegno degli indipendentisti in carcere.
La sentenza potrebbe portare la Catalogna ad una fine anticipata della legislatura ed alle elezioni che potrebbero tenersi all'inizio del prossimo anno. Nel frattempo, a guidare la Regione sarà il numero due della Generalitat, Pere Aragonés, che assume automaticamente la Presidenza a seguito della rimozione di Torra dall'incarico.
L'Alta corte lo ha condannato per "reiterata e caparbia disobbedienza agli ordini ripetuti di un organo costituzionale la cui funzione è garantire la trasparenza e la legalità dei processi elettorali e che esige la neutralità dei poteri e delle amministrazioni pubbliche". Torra si è "ostinatamente" rifiutato di ritirare alcuni simboli dagli edifici pubblici dipendenti dalla Generalitat durante le elezioni generali indette per il 28 aprile del 2019.
Robe da matti: una condanna dimostrativa ed ideologica. Segno che nulla cambia in Spagna qualunque governo governi. Tutte balle le promesse del Governo Sánchez II in carica da 13 gennaio 2020.
L'Esecutivo si regge su una maggioranza di centro-sinistra formata da "Psoe", "Podemos", "Psc", "Iu", con l'appoggio esterno di alcuni partiti autonomisti, purtroppo. Questi primo governo di coalizione nella storia della democrazia spagnola post-franchista è sulla Catalogna in linea con la scelta centralista e giacobina. La repressione resta l'arma usata contro i catalani e il dialogo politico viene periodicamente lanciato, come ballon d'essai, a giustificazione di questa linea.
Qualunque democratico, a prescindere dalle sue idee sull'indipendenza catalana, dovrebbe fremere di rabbia e considerare la brutalità di certi metodi. Al nazionalismo pacifista dei catalani si contrappone il nazionalismo becero degli spagnoli, ben visibile anche nei commenti spesso fascistoidi sui "social" quando si parla di Barcellona e dei suoi diritti.
Cartina di tornasole utile per capire anche in Italia come sia grottesco pensare che i sovranisti delle nostre parti possano essere paladini della causa catalana. Scriveva Nicola Rossi un annetto fa su "Il Foglio": «L'Italia è riuscita nell'impresa di avere un movimento al tempo stesso autonomista in parti significative del paese e sovranista in tutto il paese. Un movimento che capeggia quella che - a torto - è stata definita "la secessione dei ricchi" e, al tempo stesso, si candida a rappresentare quel Mezzogiorno che - a torto o a ragione - insistendo sul carattere nazionale della questione meridionale non fa che ribadire implicitamente l'assoluta intangibilità dell'assetto nazionale, come qualunque partito sovranista farebbe. Non è chiaro quale dei due volti prevarrà (perché a prevalere, nei fatti, sarà non più di uno dei due)».
Interessante capirlo non solo per la politica europea, Catalogna compresa.

Virus: proteste di ieri e di oggi

Un esplicativo cartello durante una manifestazione di 'no-vax'Il punto di partenza è una vecchia storia di famiglia. Nelle lettere scritte da Palmi in Calabria - dove a inizio Novecento mio nonno Renato era Sottoprefettto - ai suoi corrispondenti ad Aosta, mia nonna Clémentine Roux scrive con commozione della morte da neonato del suo primogenito, in quel Sud che lei descriveva nel suo bel francese come un mondo lontano ed esotico. Il piccino si chiamava Séverin come il figlio che nacque successivamente alla sua morte, ed era stato consumato dalla terribile "febbre spagnola". Questa influenza colpì un secolo fa quasi tutto il mondo e fu una tragedia per l'umanità.
Anche la Valle d'Aosta ne subì le conseguenze, comparativamente meno tragiche di quanto avvenne in altre Regioni.

Quali regole su impianti e piste?

Le regole in Francia per la prossima stagione sciisticaNon manca molto all'apertura della stagione invernale. Tra poco, come faccio da alcuni anni, affitterò il mio paio di sci ed aspetterò l'arrivo della neve. Trovo che non ci sia sport più bello e salutare, ma capisco di essere di parte...
La memoria di quanto avvenne lo scorso anno, con il "covid-19" che entrò nelle nostre vite, è ancora ben chiara. Fu un crescendo, che culminò con la chiusura anticipata della stagione, dopo gli improvvidi appelli su tutte le Alpi del genere: «Sulle nostre montagne non si sono registrati contagi da coronavirus, la nostra è una destinazione sicura, venite a trovarci». Ricordo certi terribili assembramenti conseguenza di questi inviti, presto rivelatisi fallaci!
Ora, in vista della riapertura degli impianti e delle piste, ci sono alcune incognite che sarebbe bene chiarire sulle regole che verranno imposte, sempre che - facendo gli scongiuri - la pandemia non riparta anche da noi con la brutalità in atto in altri Paesi europei. Situazioni critiche che già pregiudicano l'arrivo di clientele straniere, come inglesi e svedesi.

I pentastellati contro la democrazia liberale

Ironia grillina...La scomparsa dal Consiglio Valle dei pentastellati vecchi e nuovi è un dato politico significativo ed avviene nella stessa occasione in cui i valdostani hanno votato a favore della riduzione del numero dei parlamentari. Una sorta di paradosso che mette assieme una sconfitta (via dopo un successo clamoroso alle Politiche della sconosciuta Elisa Tripodi, di cui ancora oggi sappiamo poco) ed una vittoria nel solco scavato da Beppe Grillo del feroce antiparlamentarismo e disprezzo per la democrazia rappresentativa (condita dai folkloristici «Vaffa»).
Credo, tuttavia, che prevalga largamente il primo dato politico, confermato dalle consultazioni regionali e comunali svoltesi a macchia di leopardo in Italia e dunque che il fenomeno "grillino" (dal nome del fondatore) si stia sgonfiando ineluttabilmente e che forti divisioni toccheranno anche il luogo dove oggi rappresentano la maggioranza, il vituperato Parlamento. Con l'ulteriore paradosso di deputati e senatori dei Cinquestelle che alle prossime elezioni perderanno lo scranno per la duplice azione, da una parte voti ridotti al lumicino e dall'altra la riduzione dei parlamentari che affonderà i restanti.

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