Niente Pesce d’Aprile

Ogni anno, da tanti anni, pubblico qui – lo testimonia la cronologia del Blog – qualche stupidaggine da 1 aprile, legato al Pesce d’Aprile. Si tratta di uno scherzetto inventivo del tutto innocuo, che mi riporta alle elementari quando sui grembiulini blu dei maschietti e rosa delle femminucce cercavamo, a rotazione fra tutti, di appiccicarci sulla schiena il pesce di carta opportunamente disegnato e ritagliato.
Anni fa, su di un Sito francese, avevo trovato questa spiegazione sul perché ci sia questa tradizione, che nel giornalismo si è trasformata in divertissement per chi si inventa la balla più macroscopica e divertente: "Il semble que cette tradition remonteau XVIe siècle. A cette époque, on avait pour coutume de s'offrir des cadeaux à la nouvelle année. Or, en rendant visite à ses sujetssur toute l'étendue du territoire français, le roi Charles IX se rendcompte que la nouvelle année commence à des dates différentesselon les régions! Par l'Edit du Roussillon publié en 1564, il décrète alors, pour unifier son pays, que l'année commenceradorénavant le 1er janvier, en raison du rallongement des jours. De là, on comprend facilement que tous ceux qui continuaient de fêterla nouvelle année le 1er avril s'attiraient les moqueries de leurscontemporains... Et avec le temps, les railleries moqueuses se transformèrent en canulars et farces à faire ladite date.
Pourquoi le poisson?
Rien n'authentifie une hypothèse plus qu'une autre sur le choix dupoisson associé au 1er avril. Mais plusieurs sont à considérercomme raisons possibles:
-​en avril, on quitte l'hiver. Or le poisson est le dernier signezodiacal de l'hiver;
-​le carême prend fin lui aussi. Or pendant cette période, on ne mange pas de viande. Seul le poisson est permis...
-​en avril, c'est aussi l'époque où nombre de poissons vontfrayer pour se reproduire. La pêche en est alors interdite. Raisonde plus pour offrir un poisson à celui qui est crédule!
-​enfin, la tradition, jusqu'aux temps modernes, était d'offrir en étrennes à la nouvelle année, un cadeau alimentaire..."
Qualunque sia l’origine, oggi l’auspicio vero è che questa parentesi scura del Coronavirus scompaia ben presto all’orizzontee torni il buonumore. Non che a fronte di queste vicende cagionate dal virus, si sia persa la voglia di scherzare. Come tutti sono invaso da storie e storielle, che siano scritti, foto, filmati che dimostrano come una certa vena ironica e artistica non cessi neanche nei periodi più bui ed è un bene.
Scriveva il grande etnologo Desmond Morris, indagatore delle nostre abitudini umane della nostra “giocosità innata, che è un elemento chiave nella creatività e nell'inventiva umana. La cosa triste delle scimmie è che una volta adulte perdono questa caratteristica. Fortunatamente, a noi invece questo non accade. Gli esseri umani mantengono la loro potenziale giocosità per tutta la vita. Si tratta di una qualità esclusivamente umana, che ci rende creativi, inventivi ed esplorativi (Homo ludens). Tutte le forme di gioco adulto sono l'estensione del gioco infantile, solo che "giocare" da adulti significa arte, letteratura, musica, danza, teatro, cinema, televisione, pittura, scultura, sport, ricerca scientifica ed esplorazione. Tutte queste forme di espressione umana possono essere considerate forme avanzate di gioco animale.
La giocosità dei cuccioli animali è resa possibile dalla presenza dei genitori, che li accudiscono, offrendo ai piccoli il tempo libero necessario per giocare. I nostri progressi tecnologici ci hanno offerto l'opportunità di crearci del tempo libero per noi stessi, pur essendo ormai adulti. Siamo riusciti a ridurre il tempo necessario a soddisfare i nostri bisogni per la sopravvivenza, limitandolo a una piccola parte della nostra routine quotidiana. Non abbiamo più bisogno di andare a caccia tutto il giorno, alla ricerca di cibo; la maggior parte di noi riesce ormai a trovare del tempo per se stesso e non facciamo come il gatto, che lo consuma dormendo. Un gatto dorme sedici ore al giorno, noi soltanto otto. Quando un gatto è felice, va a dormire. Noi no: ce ne andiamo in barca, in montagna o a ballare oppure ci teniamo occupati con una partita di calcio, un libro o una collezione di francobolli. Il cervello umano detesta l'inattività: poiché la nostra sopravvivenza dipende da uno stile di vita opportunistico, abbiamo questa necessità di mantenerci attivi tutto il tempo. Una volta soddisfatti i nostri bisogni primari, più tempo libero abbiamo, più possiamo essere creativi”.
Questo ci manca – maledizione! – in questi tempi di prigionia domestica coatta e il 1 Aprile può diventare l’occasione per animare le nostre giornate con qualche scherzo garbato per farci una bella risata alle spalle di qualcuno e qualcuno lo farà a sua volta sulle nostre!

I nostri vecchi se ne vanno

La parola “vecchio” ormai è diventata desueta e si usa perlopiù e con molto pudore il termine “anziano” e immagino che certi paladini del politicamente corretto potrebbero lanciarsi in un ponziopilatesco “diversamente giovane”. In Francia ho visto che, copiando l’inglese che lo ha rubato al latino, si usa il termine “senior” da noi usato come categoria negli sport o, come anglicismo, in alcune professioni.
Comunque lo si camuffi (tipo i capelli tinti del Premier Giuseppe Conte), invecchiare si invecchia e ciò avviene in età sempre più avanzata e la fetta di popolazione più attempata da noi in Occidente cresce a passi da giganti nella morsa fra natalità sempre più bassa e aumento della possibilità di vita.
Le “pantere grigie” sono buoni consumatori, sono stati risparmiatori e godono - assieme ai familiari più giovani che aiutano sempre più con il loro denaro - di un discreto benessere, facendo una media, dunque con le dovute eccezioni al ribasso.
Questa epidemia ormai pandemia purtroppo ha dimostrato una fragilità della popolazione più anziana e un pensiero doveroso deve andare a chi non ce l’ha fatta e a chi combatte. Specialmente preoccupano i focolai che hanno colpito gravemente le nostre microcomunità per anziani e si è obbligati, oltre ad accertamenti seri sul perché non ci sia stata un’azione preventiva, alla riflessione verso le fasce più a rischio per ovvie ragioni, comprese le circostanze che rendono facili i contagi anche per il personale che lavora in queste strutture.
Sono scelte importanti e argomenti non facili e devo dire di avere visto due punti di vista molto diversi. Una grande commozione e partecipazione di amici che avevano i propri cari, talvolta in età molto avanzata e con patologie gravi come l’ Alzheimer, che hanno vissuto con sincera angoscia la solitudine del forzato isolamento dei propri cari (non tutti hanno questa sensibilità). Un certo cinismo invece alberga in chi commenta queste morti come una specie di elemento naturale, senza alcuna umanità, per persone considerate come posteggiate in attesa della loro ultima ora.
Pur essendo - ma lo annoto a margine - fra coloro che considerano legittima ogni autodeterminazione rispetto al confine tra vita e morte nella propria esistenza personale, mi ribello al pensiero che venga meno, anche solo nel pensiero, una solidarietà integenerazionale che, senza brandire gli obblighi di assistenza da codice civile, è anzitutto un dovere morale verso chi si trova ad essere vecchio.
Lo dice in modo poetico Giovanni Verga: “ I giovani hanno la memoria corta, e hanno gli occhi per guardare soltanto a levante; e a ponente non ci guardano altro che i vecchi, quelli che hanno visto tramontare il sole tante volte”.
In maniera più brutale, che ci obbliga ad avere un approccio diverso rispetto a certi modelli di strutture che stanno sempre più diventando attesa verso l’ultima Thule, vi viene da una riflessione di Natalia Ginzburg:
“La vecchiaia vorrà dire in noi, essenzialmente, la fine dello stupore. Perderemo la facoltà sia di stupirci, sia di stupire gli altri. Noi non ci meraviglieremo più di niente, avendo passato la nostra vita a meravigliarci di tutto; e gli altri non si meraviglieranno di noi, sia perché ci hanno già visto fare e dire stranezze, sia perché non guarderanno più dalla nostra parte. […] L'incapacità di stupirsi e la consapevolezza di non destare stupore farà sì che noi penetreremo a poco a poco nel regno della noia. La vecchiaia s'annoia ed è noiosa: la noia genera noia, propaga noia intorno come la seppia propaga l'inchiostro. Noi così ci prepareremo ad essere assieme e la seppia e l'inchiostro: il mare intorno a noi si tingerà di nero e quel nero saremo noi: proprio noi che il colore nero della noia l'abbiamo odiato e rifuggito tutta la vita. Fra le cose che ancora ci stupiscono c'è questo: la nostra sostanziale indifferenza nel sottostare a un simile nuovo stato. Tale indifferenza è provocata dal fatto che a poco a poco veniamo cadendo nell'immobilità della pietra”.
Mai bisogna mettere assieme quel loro rischio della loro indifferenza e l’indifferenza della società, cui tocca il compito di vicinanza e assistenza.

Da vecchio lettore de "La Stampa"

La nuova 'testatina' de 'La Stampa' dedicata a Piemonte e Valle d'AostaIl giornale letto in casa mia è sempre stato "La Stampa" di Torino. Una fedeltà indefessa che i miei genitori non tradirono neppure quando negli anni Settanta "La Gazzetta del Popolo", che scomparve nel 1983, propose delle pagine dedicate alla Valle d'Aosta, facendo concorrenza al colosso della "Fiat".
Quanto avvenne, prendendo di fatto il testimone, anche per la stessa "Stampa" con l'edizione valdostana anni dopo, diventando di fatto il solo quotidiano profondamente ancorato alla Regione autonoma con una fogliazione importante e una schiera di bravi giornalisti e collaboratori, fra i quali molti amici con cui avevamo iniziato la carriera giornalistica o con cui ci siamo conosciuti nel tempo.
Nello stesso periodo ormai storico - a dimostrazione dell'interesse per l'editoria locale - io divenni giornalista professionista alla "Rai Valle d'Aosta" con la nascita del Telegiornale regionale, che si affiancò a quel solo quotidiano, ma radiofonico, che fu dal 1961 per tanti anni il glorioso e di fatto monopolista Gazzettino regionale, "La Voix de La Vallée". Intanto - per completare il quadro degli anni Ottanta - nasceva il settimanale "La Vallée Notizie".
Non è tuttavia l'evoluzione del giornalismo valdostano il punto. Vi è una questione più delicata: da quando è iniziata la crisi noi lettori de "La Stampa" ci siano trovati in difficoltà per la scelta - motivata dal caporedattore Guido Tiberga con la necessità di abbattere i confini territoriali in ragione dell'emergenza sanitaria - di far scomparire l'edizione valdostana, "annegata" nelle Province piemontesi con qualche articolo ed una sola pagina dedicata espressamente «ad Aosta&Regione» (sic!).
Capisco bene, perché le vivo anche nel mio lavoro radiotelevisivo, le difficoltà di mantenere la normalità in qualunque attività editoriale con l'invito a stare a casa, con le limitazioni conseguenti negli spostamenti, con le notizie nazionali che debordano e via di questo passo. Ma già nella scelta grafica laddove, a presentazione di questa edizione compattata, campeggia Piemonte e, in piccolo, Valle d'Aosta echeggia - e spero di sbagliarmi - una scelta, per altro esistente già da sempre nell'edizione del lunedì. Quella, nella sostanza, di considerare la Valle d'Aosta né più né meno che una Provincia piemontese "aggiunta" e la scelta, motivata mi pare dal fatto di essere la stessa "terra", appare come uno svarione di stampo subalpino o sabaudo.
Intendiamoci: "La Stampa", la sua Direzione, la sua proprietà tornata agli eredi Agnelli, che hanno comprato anche "La Repubblica", sono liberi di fare ciò che vogliono, ma penso che in questo periodo di crisi - anche se funziona bene l'edizione valdostana sul Web si cui mi complimento con i colleghi a ranghi ridotti - i valdostani vivono questa assenza come una vedovanza e, per alcuni, come un tradimento. Anche se so bene come gli stessi valdostani, che leggono meno la carta stampata, potrebbero vedersi ritorcere l'accusa, perché "La Stampa" non è un servizio pubblico con il canone - come la "mia Rai" - e dunque risponde a leggi di mercato, profitto compreso.
Perciò il mio resta uno sfogo e anche una speranza. Lo sfogo è quello di non dovermi a lungo destreggiare fra pagine e articoli sulle Province piemontesi di cui - lo dico con rispetto - mi interessa pochissimo per trovare articoli e la sola pagina di mio interesse. Non lo dico - scusate il calembour - per provincialismo od isolazionismo montanaro, perché leggo il resto delle pagine de "La Stampa" e di altri quotidiani con l'interesse dovuto alle notizie nazionali e internazionali, perché non penso che ci sia una "barriera mentale" a Pont-Saint-Martin, ma l'informazione locale ha una sua anima, un genius loci e la Valle d'Aosta Autonoma ha una sua identità millenaria e ancora ben vivente e non si sente un'appendice del Piemonte.
Per questo, come lettore da una vita, mi auguro ed è questa la speranza che queste edizioni locali in cui siamo di fatto "piemontesizzati" sia solo il frutto dell'emergenza e non diventi una condanna per il futuro.
Lo scrivo con affetto per evitarmi un amore non più corrisposto tra me e il giornale della mia vita. Timore che ha anche, pur inconsciamente, la mia mamma novantenne che mi ha telefonato più volte per dirmi, di fronte a "La Stampa" di una vita, temendosi rimbambita: «Non riesco più a trovare le pagine della Valle d'Aosta!».

L’Unione europea in bilico

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, durante il 'fuori onda' del messaggio del 27 marzoChi è europeista per formazione e per convinzione soffre come un cane, quando dall'Unione europea nelle decisioni concrete e da assumere in questa crisi epocale non arrivano, per via della necessaria unanimità dei Paesi membri, messaggi solidali in favore dell'Italia, il Paese più colpito dalla pandemia che pure accomuna ormai tutto il vecchio Continente.
Intendiamoci bene: non è la prima volta che Paesi del Nord Europa - in questo caso l'Olanda per fare da rompighiaccio per la Germania - assumono atteggiamenti da primi della classe nei confronti dell'Italia trattata come un cattivo allievo e questo non è accettabile di fronte al dramma in corso con un esito terribile ed ancora pieno di incognite.

Coronavirus: siamo persone adulte!

Parte della coda fuori da un supermercato in Valle d'AostaL'altro giorno un bravo produttore televisivo mi ha proposto di filmare con il drone i grandi monumenti storici, come l'Arco di Augusto di Aosta, in questi giorni in cui si stagliano senza persone e senza auto nella loro solitudine da coprifuoco. Ho risposto d'istinto di no, perché in questa assenza di umanità non c'è nessuna bellezza. Questi paesi fantasma mettono angoscia e tristezza ed il confinamento forzoso mi impedisce persino di godere di questa nostra sfavillante montagna alpina, quasi beffarda in questo inizio di primavera, vista dal balcone di casa.
Il deserto fisico causato dal virus che è nominato come un robot di "Guerre Stellari", "covid-19", purtroppo non è solo la pena da scontare, così come avviene con questi arresti domiciliari, ma il deserto è dentro di noi.

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